sabato 18 settembre 2010

Viola compie gli anni...

Oggi, 22 settembre, è il mio compleanno perciò vorrei dedicarmi uno spazio fatto di cose e personaggi che amo, naturalmente coloratissime. Prima di tutto:

Me stessa










Poi ci vuole una:









E non possono mancare i:




Cominciamo a scartare i pacchetti...

Regalo N.1:

22 Settembre...

Sdraiata all'ombra d'un filo d'erba
il pennello del sole
di tramonto mi tinge,
ed ascolto ogni istante passare.

Oggi
mi ha invecchiata di un anno
oggi
non gli serbo rancore.

Non ho gambe flessuose
né ho pelle di seta,
non ho folti capelli d'inchiostro
né ho occhi di giada
da immolare
alla sua cupidigia
e su cui dover piangere dopo.

Io posseggo soltanto una cosa:
l'anima,
e quando esigerà la mia vita
neanche allora il tempo
potrà portarmela via

Ottima scelta, una mia poesia…



Regalo N.2:






Ottima scelta, Mafalda, la mia mascotte…!


Regalo N.3:




Fantastico! Pinocchio carissimo…







Regalo N.4:



I pastelli Giotto? Non ci posso credere! la mia passione…

Regalo N.5:



L’angelo custode Sandy della Thun? Ahh…, ma allora conosci proprio bene i miei gusti!


Regalo N.6 (l'ultimo, promesso!)

Un bel mazzo di fiori non poteva mancare!!!...viola, naturalmente





anzi, siccome mi voglio molto bene, me ne concedo un





Ora, signori miei, questa persona che ama queste cose e questi personaggi, secondo voi, quanti anni compie oggi?...non s'ha da sapere.
AUGURI A ME!

domenica 22 agosto 2010

Il Magico Incanto di un Giardino

Sono esattamente 52 giorni che non pubblico post, come se la chiusura della scuola mi avesse chiuso pure la mente. No, non è così: è stata una scelta di "purificazione",un voler impegnare la mente in tutt'altre faccende, come a non voler partecipare alle vicende politiche, sociali, economiche e non, che hanno caratterizzato quest'estate. Da dove comincio? stavolta comincio da me, tanto quello che penso delle violenze perpetrate sulle donne anche quest'estate, già l'ho raccontato; o della violenza sui bambini ad opera di mamme sempre più scellerate; o delle dame fasciate nelle ville dell'imperatore, o dell' appartamento monegasco che non si sa chi ha lasciato in eredità a chi; o della Russia riarsa con i suoi granai e il suo gas (che pagheremo a caro prezzo...); o della prova "tappo" da infilare sulla bocca di un giacimento petrolifero che, chissà perchè???!!!,è impazzito e ha cominciato ad eruttare...tralasciando pure i problemi locali, regionali e familiari...ma sì, ma chi se ne frega, non vale la pena più nemmeno ascoltarle queste notizie, tanto nulla cambia, anzi, peggiora. E allora voglio raccontare della mia vacanza piccola piccola, perchè è durata solo tre giorni, ma ricca ricca di emozioni e sensazionali scoperte. Tutto è stato organizzato da Stefania, la quale una sera mi comunica telefonicamente:- il giorno tot alle ore tot ci incontriamo alla stazione di Capalbio. non ti preoccupare è già prenotato...>> Che dire?, anzi, che fare? Faccio così: il giorno tot alle ore tot, scendo a Capalbio e la trovo lì che mi aspetta... raggiante mi comunica che il giorno dopo andremo a visitare un luogo speciale: il Giardino dei Tarocchi, che si trova a pochi km da Capalbio. Mi lascio letteralmente guidare da lei, durante tutta la permanenza:il bed&breakfast, il borgo medievale, il castello, le mostre, il mare meraviglioso e selvaggio e...finalmente il Giardino dei Tarocchi, di cui non conoscevo l'esistenza, ma l'autrice, Niki de Saint Phalle, sì, avendo visitato la sua tomba (e quella del suo gatto) nel cimitero di Montparnasse, a Parigi. Arriviamo e subito ci si parano dinanzi delle sculture magnifiche, enormi, coloratissime, sfavillanti di riflessi solari e, a me, sembra davvero di stare su un altro pianeta... Il Giardino dei Tarocchi è un parco artistico composto da ciclopiche sculture, alte dai 12 ai 15 metri, raffiguranti i 22 arcani maggiori dei tarocchi, alla cui realizzazione, Niki de Saint Phalle ha lavorato dal 1980 al 1996, mentre l'apertura al pubblico è avvenuta nel 1997. Il giardino è un vero e proprio museo a cielo aperto, perfettamente inserito nel paesaggio collinare della Maremma, un parco di eccezionale fascino, unico al mondo, uno degli esempi d’arte ambientale più importanti d'Italia. il Giardino è prima di tutto un luogo magico, non di successo: Niki De Saint Phalle l’ha costruito cercando di fuggire la superficialità dei consumi culturali della società di massa. Si tratta anzitutto di un luogo di raccoglimento, destinato all’incontro, alla meditazione, all’esplosione della fantasia e dei sogni. All’ingresso un cartello scritto a mano da Niky ci racconta una storia. Niky, quando tornava in Italia, era solita darsi appuntamento con il marito Jean Tinguely davanti al Duomo di Urbino. Era un piccolo segreto del loro amore, la contemplazione di questo scenario. Quando durante una loro visita trovarono la piazza davanti al Duomo occupata da orde di turisti, coi pullman che coprivano i monumenti, Niki e Jean decisero, molto dolorosamente, che non ci avrebbero messo più piede. Ecco perché il Giardino dei Tarocchi è un luogo diverso. Le enormi statue ispirate alle carte dei tarocchi sono le figure che ci accolgono in un percorso fatto di poesia, dove trionfa l’acqua, la ceramica, decine di migliaia di piastrelle cotte direttamente sul posto in undici anni di duro lavoro. Poi il vetro, gli specchi, i piccoli sentieri dentro cui perdersi. Ogni statua è pensata per essere abitata e si trovano ancora i segni della vita di Niki, che proprio qui ha abitato, a stretto contatto con gli operai del posto, divenuti poi parte della sua stessa famiglia. Le mie emozioni? eccole: il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle è un luogo magico: entrando dall’apertura circolare del giardino ci si lascia alle spalle la realtà e si entra in un mondo fantastico e onirico, che mi ha fatto percepire la sua natura fantastica, sospesa tra cielo e terra, quasi eterea. L’ho immaginata come la sacerdotessa del suo giardino, una creatura dall’incredibile energia. Quando sono entrata nella sua casa piena di specchi, ho creduto di essere nel castello di un mago che aveva creato un incantesimo intorno a me. È una sensazione forte quella che mi ha guidata verso ogni singolo arcano dei Tarocchi, le carte che, come diceva Niki,ci sono state affidate dal destino. Ancora una volta devo a mia figlia Stefania la gioia di aver vissuto queste emozioni e, ancora una volta, sempre Stefania, mi ha stupito per la sua cultura, la sua ricercatezza, la sua estrema sensibilità. Grazie, Stefania. Tvb.

giovedì 1 luglio 2010

La scuola bocciata


"Aumentano le bocciature, con una 'pioggia di 5 in condotta,circa 10 mila alle superiori'. Sono i dati resi noti dal ministero dell'Istruzione. Inoltre 'i non ammessi alla maturità passano dal 4,8% al 5,7%'..." questi titoli e titoloni dei quotidiani degli ultimi giorni, dove si "grida",quasi con giubilo, a dei risultati che io trovo deprimenti e indice di un malessere che serpeggia nella scuola da ormai tanti anni.Tra i prof, qualcuno tira un sospiro di sollievo: “finalmente le classi saranno più gestibili”. Altri pensano, viceversa, ai ragazzi perduti, in fuga dalla scuola. Alcuni plaudono alla ritrovata serietà della scuola italiana. Mah! Un fatto è certo: la decisione mediatica di usare il termometro ha rivelato che la febbre del sistema scolastico italiano è alta. Non che non si sapesse già per mille sintomi e per mille ricerche, nazionali e internazionali. Del resto, quasi un milione di testimoni – gli insegnanti – era in grado, in questi ultimi decenni, di testimoniare l’aggravarsi quotidiano della malattia: «i nostri giovani leggono meno, studiano meno, sanno meno».
Non che fosse ignoto alle autorità preposte: innumerevoli progetti di riforma risalgono già agli anni ’60. La tensione tra scuola di qualità e scuola di massa ha incominciato ufficialmente ad accendersi già dal 1963. Dunque, si sapeva. Tuttavia, ben venga il termometro, se questo squarcia alibi e silenzi colpevoli. Per anni si è deciso, quando segnava febbre, di spezzarlo, come se il rompere il termometro fosse una terapia. Le ragioni erano le più disparate: occorre mandare avanti tutti, a prescindere; bisogna garantire le cattedre... Il fatto è, tuttavia, che neppure la misurazione pubblica è una terapia. Il passaggio dal buonismo alla severità invia un messaggio ideologico all’opinione pubblica, alle famiglie, ai ragazzi: ora facciamo sul serio!...vi bocciamo! Ma di qui alla “scuola del merito” occorre percorrere ventimila leghe. Chi deve fare sul serio e che cosa? Se la macchina produce tanti “scarti”, forse la colpa non è solo della materia prima - entra già avariata nel processo educativo?!... - probabilmente è il processo di "lavorazione" che va revisionato, prima e molto di più del progetto. Se qualcuno pensasse, che ora, bocciati un po’ di ragazzi, gli altri finalmente possono incominciare a studiare, beh, sarebbe un pensiero poco serio. La domanda è questa: perché dalla IV/V elementare fin dentro i tre anni di scuola media la curva dei rendimenti si abbassa sempre di più?
Ma l’altro problema da non nascondere sotto il tappeto è il destino dei bocciati. Una parte di loro abbandona subito la scuola e va ad ingrossare l’esercito del “vulgo disperso, che nome non ha” dei 200 mila ragazzi, che ogni anno sono espulsi dal sistema educativo e che stanno sospesi nel limbo che si estende tra il sistema educativo e il mercato del lavoro. Dei bocciati che rimangono a scuola, solo il 2/3% avrà un beneficio reale dalla ripetenza. Gli altri andranno a rendere più difficile la gestione delle classi in cui si ritroveranno l’anno prossimo. E alla fine dell’anno di ripetenza il problema si ripresenterà. E questa volta saranno respinti. E finiranno tra i dispersi. Ma la domanda radicale che insorge è la seguente: la scuola ha come funzione fondamentale quella di promuovere/bocciare o quella di far crescere ciascuno verso la propria meta e di certificare rigorosamente a che punto è arrivato il ragazzo, rispetto a parametri pubblici e condivisi? Ha senso continuare a mantenere il legame biunivoco e deterministico tra classe di età e programmi scanditi annualmente? Così che se l’età non si allinea alla scansione dei programmi, uno deve essere buttato indietro? Molte domande! Finora la risposta del sistema educativo e della politica lo telecomanda (o ne è telecomandata?) è quello di un automa, che ripete gesti e risposte standardizzate secolari ormai senza senso. A tutti gli entusiasti della severità=bocciatura facile, l’appuntamento a tra un anno: se è una vittoria della severità e del merito, è forte il sospetto che si tratti di una momentanea e mediatica vittoria di Pirro.

lunedì 31 maggio 2010

Il sorriso di Valentina

Il sorriso è certamente una delle cose più semplici e spontanee, che una persona è portato a fare nella sua giornata e nella sua vita.
Alla voce “sorriso” sul dizionario, troviamo: espressione del volto umano.
Tuttavia è sicuramente semplicistico e banale riassumere in quattro parole, quello che un unico gesto può voler significare, proprio perché appare come un evento talmente semplice, ma anche meraviglioso e straordinario.
Ora, non è detto che basti sorridere per stare bene, ma di sicuro è sufficiente per stare meglio, e per far star meglio!
Si dice che il sorriso sia l’espressione dell’animo: lo emana la persona gioiosa e serena, che ama il mondo con le sue magnificenze…
Il sorriso di Valentina è di una persona gioiosa e serena, che ama le magnificenze del mondo, di cui non può goderne, però, prigioniera com’è sulla sua sedia a rotelle…
Valentina è una persona a cui mi sono affezionata fin da tre anni fa quando entrai in classe e mi accolse con un sorriso e un grido di gioia, l’unico suono in grado di emettere…(Valentina non parla, no cammina, non scrive...ma è intelligentissima): mi colpirono i suoi occhi grandi, il modo in cui si era dimenata sulla carrozzina per accogliermi, per darmi il benvenuto, per presentarsi. Mi avvicinai a lei e le diedi la mano, dicendole-ciao, piccola, e tu chi sei?-.Mi rispose dicendo, a modo suo, che era Valentina, ma non mi lasciava la mano…anzi, mi tirava, con le sue esili forze, verso il suo viso, mentre con le labbra tentava di baciarmi. Avvicinai il mio viso al suo e la baciai, stringendola forte forte e da allora…da allora Valentina è diventata per me …un sorriso, il momento più bello della giornata quando, se non ho lezione da lei, ci incontriamo nei corridoi e lei si sbraccia , mi chiama, mi manda baci, mi sorride.
Valentina quest’anno andrà via: in questi tre anni trascorsi è cresciuta, è diventata consapevole del suo problema, a volte è triste, malinconica, ma quando sorride e il suo viso si illumina, capisco che ha dentro una carica, una voglia di vivere che riesce a trasmettere anche a chi, come me, spesso si lamenta per i piccoli e grandi affanni della vita.
Non sarà facile, per me, l’anno prossimo, non incontrare più il suo sorriso, le sue braccine protese, le sue risate quando rimprovero i compagni, la sua gioia quando metto su un video e canto e ballo per lei.
E non sarà facile dimenticare il suo sorriso, entrato nel mio cuore con forza e dolcezza insieme.
Ciao, piccola. TVB

sabato 22 maggio 2010

Dite


Dite:
é faticoso frequentare bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
bisogna mettersi al loro livello:
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E' piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi
fino all'altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.
J.Korczack

Solo per “Donne Fenomenali”


Sempre devi tener presente che la pelle diventa rugosa,

i capelli diventano bianchi,

i giorni diventano anni…

Ma ciò che è importante non cambia:

la tua forza e la tua convinzione non hanno età.

Il tuo spirito è il filo di una qualsiasi ragnatela.

Dietro ogni filo di arrivo, ce n’è uno di partenza.

Dietro un successo, c’è un insuccesso.

Se ti manca ciò che facevi, ritorna a farlo.

Non vivere di foto ingiallite…

Continua anche se tutti si aspettano che tu ti fermi.

Non fare arrugginire il ferro che è in te.

Fa’ che non provino per te pietà, ma rispetto.

Quando a causa degli anni non potrai correre, trotta.

Quando non potrai trottare, cammina.

Quando non potrai camminare, usa il bastone.

Ma non ti fermare mai!!!
Madre Teresa di Calcutta

domenica 16 maggio 2010

Bello di mamma!...


...e' questa l'espressione che mi esce spontanea quando leggo o sento di quella terribile tragedia, la più triste e straziante, secondo me, della madre che uccide il suo bambino/a...
..e, purtroppo, ogni giorno succede, ormai a ritmo incalzante: è’ un dato reale, accertato, che nell’ultimo decennio l'aumento degli infanticidi sono cresciuti del 43% rispetto al decennio precedente...dati incredibili, ma perché succede? Lombroso affermava, in generale, che se "un individuo fino a quel momento sano un giorno uccide significa che quell'uomo è mentalmente degenerato". Circa l'infanticidio, il "corollario" lombrosiano era che una donna che uccide il figlio non è più madre, è un lusus naturae, uno scherzo maligno della natura.
Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa che certamente debba avere "qualcosa di storto" , che la sua mente l'abbia tradita.
Ma sarà poi sempre vero?
No,non credo, non sempre. Ci sono, certo, gli infanticidi da depressione post partum, ma assistiamo oggi al crescere inquietante di un altro, diverso tipo di infanticidi: quelli di donne sane di mente, che uccidono davanti alle difficoltà poste dall'accudire il bambino. Dunque, lucidamente, per ottenere dei vantaggi, per eliminare quell'ostacolo che il figlio rappresenta. Ricordo, tra i tanti casi (forse perché lì non ci fu "rimozione") il caso di una giovane donna, qualche anno fa, che soppresse il suo bambino di pochi mesi e con la complicità della madre ne occultò il corpo. Da quando era nato, spiegò poi, litigava con il marito, non si poteva più uscire la sera, né andare in vacanza come prima. Era stato un omicidio a freddo, come altri raccontati dalle cronache, che definirei infanticidi dell'ignoranza e della stupidità.
Io credo che non ci sia più istinto materno: la donna, oggi, si è troppo mascolinizzata (che pensare delle giovani donne in "missione di pace" che sono operazioni di guerra vere e proprie...come fa una donna preposta a dare la vita ad essere armata, ad uccidere,se la necessità lo richiedesse, cioè togliere la vita?)e, sempre secondo me, vive come un complesso di inferiorità la maternità, la nascita e le cure da dare ad un bambino. E' come se si sentisse privata della sua libertà, anche perché si sposa o decide di avere un figlio più tardi, dopo anni di vita vissuta in singletudine o con un compagno e, comunque abituata ad una routine che la nascita di un figlio interrompe bruscamente. Voglio dire: esistono oggi condizioni familiari e sociali che favoriscono l'esplosione della tragedia. Molte giovani coppie entrano in crisi proprio con la nascita di un figlio, e arrivano anche fino alla separazione. Lui si lamenta di non essere più al centro dell'attenzione, lei soffre nel sentirsi imbruttita e appesantita. Entrambi non possono più uscire come prima, o prendere il primo volo scontato per una vacanza last minute. È chiaro che un bambino cambia fortemente il legame di coppia, ed è un cambiamento molto bello. Ma se quel bambino non è nato prima anche nei pensieri, non è stato atteso e immaginato, e i suoi genitori sono abituati a vivere solo nel presente...ecco, invece, quel loro figlio è il futuro, per la prima volta, ma un futuro faticoso e ingombrante.
Ciò che sta accadendo è che la biologia, ciò che finora abbiamo chiamato "legge di natura", sembra come sopraffatta da una cultura dominante. Eminenti studiosi sostengono come l'attaccamento simbiotico fra la madre e il bambino nei primi tre anni di vita sia qualcosa di viscerale, per cui la madre avverte il figlio come parte di se stessa; qualcosa di legato al codice genetico in funzione della sopravvivenza della specie, per cui una donna "deve" accudire e proteggere il figlio piccolo, allo stesso modo in cui mamma gatta bada e difende i suoi gattini.
Ma, ecco, fra i gatti questo comportamento è immodificabile. Mentre un aumento del 43% degli infanticidi in 10 anni - in molti casi compiuti lucidamente - mi fa pensare a una cultura che con i suoi modelli riesce a stravolgere quella che chiamavamo legge di natura. Se è così, costituisce il segnale di qualcosa di drammatico: l'evidente inarrestabile declino di una civiltà ingolfata nei suoi insostenibili consumi. Obbligati a continuare a comprare automobili e cellulari per non innescare la spirale della disoccupazione a catena, ma senza un senso alle nostre giornate. Occorre ritrovare un senso. Perché quando accade che vengano uccisi dei bambini - i bambini sono di tutti, non dei loro genitori - si produce, assurdamente, un dolore che sarebbe evitabile. Un dolore devastante e becero, insensato; e il segno, insieme, che si è perso senso e voglia di vivere. Che si comincia a perdere l'essenziale.
ciao, bello di mamma!

giovedì 1 aprile 2010

Testamento di un albero






Giorni fa sfogliavo uno dei miei quaderni delle scuole elementari, che custodisco ancora gelosamente, perché cercavo una poesia sull’albero: il mio ricordo era fisso su quel quaderno con la copertina rossa e ricordavo anche il disegno che avevo realizzato per strappare un voto più alto alla maestra (tenera la mia maestra). L’urgenza di trovare quella poesia di Trilussa, che ricordavo ancora a memoria, era dettata dal fatto che insieme ad una classe dobbiamo partecipare ad un concorso, che richiede ai ragazzi di diventare giornalisti e realizzare un’inchiesta su un problema ambientale legato al territorio in cui vivono. Dopo aver selezionato i tanti problemi del territorio regionale, la scelta è ricaduta su un problema della città in cui vivono: la morte di alcuni alberi secolari, che erano il vanto e l’orgoglio della loro città, una volta conosciuta come “città giardino”.
Ho accolto la loro proposta con molta gioia perché, delle tante cose meravigliose che la natura mi ha donato, gli alberi sono quelle che amo di più: mi piace la loro altezza, la loro chioma, mi piacciono quando si stagliano su un cielo azzurro, quando sono carichi di neve; quando si spogliano e restano là, tutti nudi a prendersi quei simpatici venticelli gelidi che noi uomini evitiamo con felpe, piumoni e piumini; o quando si riempiono di germogli a primavera che paiono vogliano risvegliarti l’anima; anche in autunno, quando assumono quel colore caldo che sa di casa.
Lavorando con i ragazzi, ho dovuto, però constatare che quasi tutti non conoscono nomi e caratteristiche degli alberi, non sanno distinguerli. Qualcuno sicuramente ora penserà: e certo, perché la scuola di oggi, è solo occupata a piazzare una indispensabile LIM in ogni aula…
No, non è così: anche nella scuola dove andavo io comunque, nessuno mi insegnò mai a distinguere un abete da un pino, solo che noi ragazzi di allora vivevamo più a contatto con la natura, giocavamo e crescevamo in mezzo agli alberi, avevamo la virtù di osservare e fare confronti: «I pini hanno gli aghi lunghi, gli abeti li hanno corti!» e poi, sempre più incuriositi, si chiedeva agli adulti, oppure erano i nonni, i genitori che ti indicavano:-vedi, quello è un leccio, mentre questa è una quercia- ecco, tutto questo i ragazzi di oggi non lo fanno e non sanno quanto sia bello e importante.
Una cosa che mi sconcerta abbastanza, con tutto questo dibattito in giro sui nativi digitali e amenità del genere, e sulla necessità di adeguare la scuola alla tecnologia, è che pochissimi sembrano vedere il problema di intere generazioni che crescono senza la percezione dell'ambiente naturale in cui vivono, letteralmente - è il caso di dirlo - senza radici!
Me ne sono accorta, proprio durante le ore di laboratorio per realizzare l’inchiesta del concorso: aiutati a conoscere questi esseri viventi silenziosi che abitano e spesso soffrono intorno a noi, per loro è stata una scoperta, una gioia sapere il nome e le caratteristiche degli alberi…e l’indomani tornano a dirmi: ieri sera siamo stati in via TaldeiTali e abbiamo visto da vicino la sequoia… è crescere dentro, insieme, e per loro camminare per la città diventa diverso, più interessante, perché per le strade e nei giardini gli alberi raccontano le loro storie. Un'occasione per crescere più curiosi e consapevoli del mondo e meno annoiati, probabilmente meglio della Playstation e della PayTV!
Ah, se un albero potesse parlare a questi ragazzi!, quante ne avrebbe da dire!
Gli racconterebbe del viaggio che ha fatto quando era un seme trasportato dal vento; di quando due innamorati hanno inciso sul suo tronco i loro nomi circondati da un cuore procurandogli un dolore atroce; comincerebbe a sparare a zero su tutti noi che con le macchine mettiamo nell'aria della roba per lui irrespirabile…
e lascerebbe loro questo testamento


Un Albero di un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento:
- Lascio i fiori al mare,
lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi
tutti i semi a voi.
A voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate le canzoni
nella bella stagione.
E voglio che gli sterpi,
quando saranno secchi,
facciano il fuoco per i poverelli.

(Testamento di un albero – TRILUSSA)

venerdì 1 gennaio 2010

L'anno che verrà


(auguri dai 38 operai Fiat di Pomigliano - NA- che saranno licenziati alle 00.01 del 1/1/10)

Avrà
l’anno che verrà
gli stessi dodici mesi
e i giorni con le ore
ed i tramonti e le albe
avrà diavoli
travestiti da angeli
e folle di diseredati
col cuore chiuso per tristezza
l’anno che verrà
avrà sulle spalle un sacco vuoto
da riempire delle stesse cose
perciò caro amico
non ti scrivo quest’anno
e non ti chiamerò
neppure tra venti
uguali a quello che ora muore
uguali all’anno che verrà.


Pubblicato da Nosmo King

Auguri al 2010


Eccoti qua, sei nato 5 ore e 22 minuti fa, tra botti, spari, luci e tappi stappati nell'aere impazzita. Benvenuto e tanti cari auguri, perchè tu possa svolgere al meglio il tuo ruolo di anno pieno di impegni gravosi e... annosi! ci apprestiamo a vivere il decimo anno di questo millennio... mamma mia, sembra ieri che abbiamo festeggiato il 2000, con tutte le paure, le ansie e le speranze che le cose potesssero cambiare! macchè, tutto è rimasto come prima anzi, a ben vedere, i problemi dell'umanità si sono aggravati e coloro i quali dovevano provvedere a darci più tranquillità, alla fine li hanno incancreniti. Perciò ti faccio gli auguri, perchè non sarà facile per te pensare a tutto, rattoppare le falle, ricucire i rapporti, ritirare le truppe "di pace" dai luoghi di guerra, sfamare quei milioni di bambini dimenticati, dare serenità ai giovani e ai vecchi, fermare i terremoti, tsounami, frane, esondazioni, smottamenti, fare l'Italia e gli italiani, fermare in tempo i terroristi, gli stupratori, gli spacciatori di morte, liberarci dai vari corona, gf, isola, amici, tronisti e via sanremando... devi solo armarti di tanta pazienza, buonsenso, diplomazia, bontà, altruismo, per girare tutto il mondo e, visto che treni e aerei non funzionano, ti dò un consiglio: prenditi la patente di guida e poi decidi tu se vuoi girare il mondo con una ...escort o con un transit. Buona fortuna:):):):):):)

mercoledì 23 dicembre 2009

Caro Gesù Bambino...


Caro Gesù, ti chiederai come mai Ti scrivo a quest'età...ebbene, voglio dirTi di come vanno le cose quaggiù, dove diventa un caso politico se tenere o no il Crocifisso in classe, per poi sentire che nessuno fa più il Presepe per...mancanza di tempo. ...e i bambini non Ti scrivono più letterine, perchè non sanno più cosa chiederTi. Ma come, appendere le palle e le luci all'albero non richiede più tempo? ma poi: ci sono quei bei presepi già confezionati - all inclusive, per usare un termine che oggi fa tanto "in"- e i bambini? si è persa pure quella magìa di farTi deporre nella mangiatoia dall'ultimo nato in famiglia? ma perchè invece di passare tanto tempo nei centri commerciali per acquistare inutili doni, non si passa quel tempo a montare un Presepe?... sai cos'è? è che averTi in casa, in una mangiatoia, piccolo e povero, fa smuovere le coscienze, fa venire i sensi di colpa perchè, mentre tutti sono intenti a sprecare, a mangiare il capitone, il panettone, il pandoro, il torrone...e via veglionando, la Tua statuina fa ricordare a tutti che una parte di tutti quei soldini spesi per ingozzarsi, potevano forse essere impiegati per salvare un altro bimbo che, in un'altra parte del mondo, vicinissimo al Tuo luogo natìo, ha bisogno di una vaccinazione, di acqua, di cure, di pane... perciò non Ti vogliono più nelle case, addobbate ormai come alberi di Natale e...i Bambinelli lasciamoli nelle chiese e i Crocifissi nelle aule delle scuole.
Ciao Gesù, Buon Compleanno. TVB

sabato 14 novembre 2009

Morire di fame



1 persona su 6 nel mondo soffre la fame ogni giorno. Con la recente crisi finanziaria, la povertà è alle stelle, ma i nostri governi non riescono a porre in atto azioni significative.Tra pochi giorni, i leader mondiali si incontreranno a Roma per il Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare per affrontare questa crisi che aumenta...si riuniscono, parlano, decidono i G6,G8,G15, più aumentano le G e meno si fa per sfamare i popoli...che vergogna! dedico questa poesia ai "grandi della Terra", visto che i "piccoli della Terra" continuano a morire di fame e non avrebbero nemmeno la forza di leggerla...

La fame, il primo e l’ultimo istinto dei viventi
Io scendo tra le genti come un’ombra,
io siedo accanto a ciascuno.
Nessuno mi vede, ma tutti
si guardano in faccia,
e sanno ch’io sono lì.
Il mio silenzio è simile al silenzio della marea
che sommerge il campo di gioco dei bimbi,
simile all’inasprirsi del gelo nelle lente ore notturne,
quando gli uccelli al mattino sono morti.
Gli eserciti travolgono, invadono, distruggono,
con tuono di cannoni dalla terra e dall’aria.
Io sono più tremenda degli eserciti.
Io sono più temuta del cannone.
Re e cancellieri danno ordini
Io non dò ordini a nessuno;
ma sono più ascoltata dei re
e più che non i fervidi oratori.
Io disdico parole, disfo azioni.
Le creature ignude mi conoscono.
Io sono il primo e l’ultimo istinto dei viventi…
Sono la fame.
(Laurence Binyon)

Il risveglio di un'alba chiara...invito, tra il serio e il faceto, a visitare il Molise


Alcuni anni fa, con i colleghi della scuola dove ero titolare, programmammo un gemellaggio con una scuola di Alghero. Fu un'esperienza importante per i ragazzi e per noi docenti, soprattutto per l'organizzazione di tale evento. Decisi di scrivere una guida turistica sul Molise da portare in omaggio alla scuola che ci avrebbe ospitati e per realizzarla chiesi la collaborazone dei ragazzi che, entusiasti quanto me, partirono come schegge a far ricerche sul Molise, perchè volevamo fare una guida spiritosa, non noiosa, fruibile soprattutto dai giovani, veloce, smart...così, navigando navigando, tante furono le curiosità, gli aneddoti, i posti belli molisani che riuscimmo a trovare, che venne su proprio una bella guida...Voglio qui inserire la prefazione alla guida, messa insieme spulciando qua e là tra una storiella e una leggenda, senza violare il copyright (segue bibliografia), ma trovo sia un modo simpatico per invitare le persone a conoscere e a visitare il Molise.


" Sei mai stato nel Molise?…
Benvenuto nel Molise! ma come, esiste? Ebbene sì, c’è un buco nero nello stivale. Non è nella suola e nemmeno sul tacco. Sta grosso modo al centro, anche se è controversa l’esatta collocazione, e corrisponde a una regione chiamata Molise.
Il buco-Molise si rattoppa ogni volta che se ne parla, con quest’esclamazione, sempre la stessa, invariabilmente:” Ah, già, l’Abruzzo…”. Ma che c’entra l’Abruzzo? C’entra, c’entra, perchè l’Abruzzo e il Molise hanno vissuto, fino al 1963, come due cuori in un’unica capanna di cui si conosceva solo la metà abruzzese. Del Molise, invece, non si sa e non si sente dire nulla. Né dove si trovi, come ci si arrivi, chi vi abiti.
Questa è la Regione più sconosciuta e misconosciuta d’Italia, per diversi motivi. Il primo è che non succede praticamente nulla di almeno mediamente interessante, da attrarre l’attenzione degli italiani. Le uniche volte che i Tg nazionali ed internazionali si sono occupati del Molise in maniera ininterrotta, indiscreta e invadente, è stato in occasione del terremoto dello scorso anno. Quello sì è stato un vero scoop per tutti gli organi di informazione!!! hanno scavato tra le macerie dell’animo molisano, hanno spiato il dolore delle mamme e dei padri dei nostri angeli, hanno organizzato collette, partite di calcio, manifestazioni di solidarietà e poi…il Molise è ritornato nel dimenticatoio...
C’è stato un momento di notorietà per il Molise, quando un pm di Tangentopoli, tal Antonio Di Pietro, spargendo a destra e a manca avvisi di garanzia con molti intercalari autoctoni, tipo “…ma che c’azzecca?…”, disse una cosa incredibile che suscitò curiosità, stupore e meraviglia, manco a parlare fosse stato un marziano:” Io sono molisano, non abruzzese”.
Che cosa conoscono gli italiani del Molise?

- Campobasso, capoluogo della Regione, che solo il nome fa incorrere in equivoci: c’è chi pensa sia un campeggio in un fosso e chi l’ ha scambiato per il campo base di Messner nella spedizione sull’Everest;
- prodotti genuini, semplici e gustosi, che non oltrepassano la soglia di casa;
- l’ineffabile,profondo, inscrutabile” Homo Aeserniensis" il primo europeo di 750 mila anni fa;
- le tappe più spaccaschiena del Giro d’Italia;
- Cocco Bill, il cowboy a fumetti, circondato da salsicciotti parlanti, disegnato da Jacovitti;
- Piazza Savoia innevata, sempre le stesse immagini di repertorio, mandate dai Tg nazionali,
quando con le prime nevicate il Molise rimane isolato dal resto d’ Italia.

…quando verrai…
Dai molisani sarai conquistato al primo istante, ma non credere che sia semplice introdurti nei misteri di questa terra. Ti aspettano molte prove: il viaggio, il clima, il cibo e il carattere degli abitanti. I quali saranno affettuosi e ospitali, useranno ogni forma di rispetto, ti faranno sentire viceré e scruteranno nel fondo della tua anima. Non per sapere i fatti tuoi, ma perché hai bucato la cortina di silenzio assoluto che avvolge in tenuta stagna la regione e non hai ceduto ai depistaggi che vogliono far credere che in Molise non ci sia nulla di bello da vedere.
E allora i molisani ti adotteranno e tu proverai il desiderio di raccontare le meraviglie selvagge di questa minuscola terra: pietre che testimoniano la storia di un popolo forte e guerriero, milioni di alberi, tantissima acqua, paesini arroccati sulle pendici dei massicci montuosi, simili a presepi, fontane fraterne, castelli turriti, il mare, le dolci colline, la neve, le belle zampogne, i coltelli affilatissimi, le bronzee campane, gli agriturismi e le centinaia di sagre religiose,…
Ecco, noi ti vogliamo presentare con orgoglio la nostra terra, il nostro Molise, attraverso questa guida rapida:essa vuol essere solo una sintesi della storia, dei costumi, degli usi, delle tradizioni, di un popolo che non vuol piangersi addosso, ma che va fiero delle proprie radici sannite nelle quali ritrova la sua identità.

…come siamo…
Dovunque vi troviate, abitiate o lavoriate, potreste essere circondati da molisani. Nessuno sospetta, infatti, che ci sono più molisani sparsi per il mondo che in terra natìa. Potrebbe essere un molisano il vostro vicino di casa, il macellaio, il nonno della compagna di banco di vostro figlio, il direttore di un quotidiano a diffusione nazionale, persino la moglie di un Presidente della Repubblica!
Il vero, autentico molisano è un esperto nell’arte di mimetizzarsi. E’ un camaleontico Zelig che si cela sotto le sembianze del signore toscano, milanese o piemontese con cui avete parlato, ma nel petto gli batte un cuore molisano.
A questo fenomeno c’è, comunque, una spiegazione e risale a parecchi millenni di anni fa quando, l’umiliazione subita dagli antichi romani con le forche Caudine nella terra del Sannio – siete al corrente dello storico “fattaccio”? -, l’attuale Molise, fece scattare negli imperatori non solo il desiderio di radere al suolo le terre sannite, ma da Roma inviarono la consegna tassativa: ”Voi esistete, ma nessuno deve saperlo”. Dopo le forche Caudine, due molisani su tre se ne andarono, non proprio per scopi turistici, presero ‘e bastimiente pe’ terre assaje luntane, senza mai dare nell’occhio e occultandosi felicemente tra gli abitanti delle nuove terre.
Viaggiare, vagare, errare di qua e di là, si ritrovano alla base del DNA molisano. Un DNA provvisorio.
Tutti i molisani discendono da un unico Padre: il pastore sannita errante.
Fin dai tempi della transumanza - gli spostamenti stagionali delle greggi- il pastore teneva testa alle pecore, le guidava, le accompagnava per pianure, valli e montagne e nei momenti d’ozio suonava la ciaramella.
A questo quadretto bucolico si è forse ispirato San Francesco, di passaggio in alto Molise, nel realizzare il primo presepe.
Con il carattere del pastore errante, i molisani transumanti sono espatriati e altri, invece, sono rimasti di guardia al territorio molisano.
Cosa fanno quei trecentomila e qualcosa, rimasti in Molise?…
Come i loro progenitori sanniti, credono unicamente nel clan familiare, nelle forze della natura e nella provvidenza. Da questa formidabile terna discendono tutte le virtù e tutti i vizi del popolo molisano: che è il più fiero, il più orgoglioso, ma anche quello più rinunciatario e attaccato alle tradizioni.

Se cercate un centro di gravità permanente, che non vi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente - come cantava Battiato -, ebbene, lo avete trovato.

E allora, visitatelo questo piccolo e dimenticato Molise e, siamo sicuri, che non lo dimenticherete più!!!
"


N.B: alla prefazione segue poi la guida turistica, ricca di storia e immagini significative.


BIBLIOGRAFIA:


CONOSCERE IL MOLISE RENATO lALLI EDIZIONI ENNE


VIAGGIO IN ITALIA GUIDO PIOVENE MONDADORI


ITALIA DEI SANNITI SOVRINTENDENZA ARCHEOLOGICA DI ROMA ELECTA


ALMANACCO DEL MOLISE ENZO NOCERA EDIZIONI ENNE


MOLISANI IVANA MULATERO SONDA


MOLISE...DOVE CORRADO CARANO EDIZIONI ENNE


TRADIZIONI E FESTE POPOLARI AUTORI VARI MONDADORI

venerdì 17 luglio 2009

Alessandro e la sua missione di pace.


Tanti anni fa, i giovani che sceglievano di arruolarsi nelle forze armate, la maggior parte meridionali, venivano apostrofati con il termine “carne da macello”, perché la loro scelta era dettata dalla fame, dalla necessità di trovare un “posto sicuro” , ma non era confortata dalla preparazione, dalla tecnologia, da capacità e mentalità strategiche, indispensabili per affrontare una scelta così impegnativa. Si arruolavano e basta, con semplicità, senza nemmeno credere in quella loro scelta. Quanti di loro sono morti per inesperienza, paura, incapacità di prendere una decisione che avrebbe potuto salvargli la vita? oppure: quanti di loro hanno ucciso altre persone per gli stessi motivi di cui sopra?
Oggi, a distanza di anni, i giovani che si arruolano sono tutti volontari, scelgono la vita militare , sapendo i rischi che corrono, ma, di contro a quelli del passato, sono confortati da una preparazione eccellente, impiegano mezzi e strumenti altamente sofisticati, hanno capacità strategiche e decisionali che li portano lontano dalle loro case, dagli affetti, dalle città e dai paesi dove hanno trascorso la loro infanzia e giovinezza. Iraq, Afghanistan, Balcani…vanno fiduciosi, convinti di portare la pace in quei paesi martoriati dalle guerre, dalla fame, dalla miseria più nera…
Ma Alessandro di Lisio, ragazzo molisano “carne da cannone meridionale” (nuovo termine, adeguato, giustamente, ai tempi cambiati) non ce l’ha fatta: è caduto nella guerra coloniale in Afghanistan per sostenere l’economia del Nord. Eppure lui credeva in ciò che faceva: era davvero convinto di essere in “missione di pace”
«La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla»
sono le sue ultime parole scritte su facebook la sera prima di morire: evidentemente, Alessandro aveva capito, dopo solo tre mesi di permanenza in Afghanistan, che la sua non era una missione di pace, ma di guerra!!!
Perchè in guerra le “missioni di pace” non esistono e non sono mai esistite.
In Afghanistan c’è una guerra in corso, iniziata all’indomani dell’11 Settembre, e subito rivelatasi un errore, sia che si volesse credere alla favola dell’importazione della “democrazia”, sia che si volesse tentare di mettere le mani sulla regione per ragioni economiche o strategiche.
E la guerra è guerra, è crudele, e, magari, sarebbe il caso, per rispetto della dignità umana, smettere di considerare la morte di cinquanta talebani una “brillante operazione militare” e un militare in "missione di pace" ucciso un “martire vittima di un vile agguato”.
Sono tutti esseri umani, sono persone che credono, combattendo, di conquistare la pace, la libertà e/o il dominio su un territorio.
Chi sceglie la carriera militare compie una scelta consapevole, una scelta che non ha niente a che fare con la pace, una scelta di guerra. E la guerra, da sempre, è fatta di morti, di lutti, di sangue.
Tutto questo Alessandro forse non lo sapeva, convinto, forse dai racconti dei nonni, che la Repubblica Italiana è nata da una guerra. La guerra di Liberazione
Forse Alessandro credeva in un esercito al servizio dei popoli, come era l’esercito partigiano.
Ma non è stato così: Alessandro ha dovuto fare i conti con un esercito che spende decine di milioni di euro per comprare mezzi ultrasicuri che comunque hanno fatto saltare in aria la sua vita e i suoi sogni di 25enne innamorato della pace; o per cacciabombardieri che servano a bombardare il popolo afghano, non con un esercito al servizio dei popoli e che chiamano “le forze di pace”..
Alessandro nella sua missione in Afghanistan ha combattuto una guerra che non è la nostra guerra, ha ascoltato e creduto alle favole sulla democrazia, sulla civiltà, sulle missioni di pace… Ma la storia ci ha insegnato (e Alessandro era ancora troppo giovane per capirlo), che quando i popoli vengono sottomessi e sfruttati scelgono di ribellarsi, e sono pronti a qualunque cosa per conquistare la propria libertà.
Quella che Alessandro ha combattuto e che stanno combattendo i nostri militari in Afghanistan, in Iraq, nei Balcani… è la guerra dell’imperialismo, del neocolonialismo, dell’economia globalizzata dei paesi del G8 e della loro “cultura”. La guerra per la libertà, per la democrazia, per i diritti, per l’uguaglianza può combatterla solo il popolo afghano, iraqueno, balcanico…
Ora Alessandro non c’è più: i riflettori si sono spenti, fiumi di magniloquenti parole sono stati versati da questo e da quel ministro, la sua città ha perso un figlio, mentre io, davanti alla sua bara nella camera ardente, ho sentito forte il desiderio di non buttare nel dimenticatoio questa storia, e mi sono chiesta se forse si poteva evitare di mandare a morire un nostro ragazzo di appena 25 anni nel nome di un’ipocrita civiltà fatta di veline e coca cola, che niente ha a che vedere con i bisogni del popolo afghano.
Forse, mi sono detta, sarebbe meglio per tutti avere dei militari che difendano il popolo italiano, i valori della Costituzione e la pace al posto di essere spediti in giro per il mondo “per ammazzar la gente più o meno come loro” e “per andare a morire per non importa chi”.
Come dicevano i greci, in tempi di pace i figli seppelliscono i padri, ma solo in guerra sono i padri a seppellire i figli.
Ciao, Alessandro.