domenica 27 ottobre 2013
lunedì 21 ottobre 2013
La peggio gioventù...
Perché pubblico questo articolo di Concita De Gregorio? perché riassume nel miglior modo quello che ho pensato anch'io quando ho saputo dello stupro di gruppo perpetrato ai danni di una bambina sedicenne. Non è la prima volta che succede e non sarà l'ultima... e allora mi chiedo: a cosa servono fiumi di inchiostro e cascate di parole ogniqualvolta succedono queste e altre nefandezze a danno delle bambine e delle donne, dov'è che bisogna agire, qual è il perno su cui agire affinché si concretizzi il concetto di rispetto nella mentalità di tutti noi? poi parliamo di solidarietà per i migranti, quando un intero gruppo di amici (???) ha assistito allo stupro della compagna, senza che nessuno sia intervenuto in sua difesa o abbia denunciato il fatto? il quale è avvenuto alla fine di agosto e solo ora se ne è venuti a conoscenza, ma perché la ragazza stuprata ha denunciato quando, ormai esasperata, si vedeva anche derisa e sbeffeggiata su Facebook e su altri stupidi social network che sono ormai diventati spunti propulsivi all'odio, al razzismo, ai suicidi, agli stupri di massa, agli incontri pericolosi. Non ci sono più parole: succede l'incredibile!
La sedicenne di Modena
che ci svela il nostro abisso (CONCITA DE GREGORIO).
da La Repubblica del 21/10/2013.
QUALCUNO DICA CHE QUEL GIOCO NON È UN
GIOCO.
CE L’AVETE, ce l’avete
avuta una figlia di sedici anni?
Che si veste e si trucca come la sua cantante preferita, che sta chiusa in camera ore e a tavola risponde a monosillabi, che quando la vedete uscire con il nero tutto attorno agli occhi pensate mamma mia com’è diventata, ma lo sapete, voi lo sapete che è solo una bambina mascherata da donna e vi si stringe il cuore a vederla uscire fintamente spavalda. Dove va, a fare cosa, con chi. Ve li ricordate, i vostri sedici anni? Quando Facebook non c’era e passavate pomeriggi al telefono fisso a dire no, sì, ma dai…, e poi quando vostro padre vi diceva ora basta, libera quel telefono vi chiudevate in camera, anche voi, a scrivere a penna su quaderno ché il computer non c’era, e se c’era era uno solo, enorme, sempre spento, inaccessibile. Ecco, fate lo sforzo di ricordare perché una ragazza di sedici anni è quella cosa lì, da sempre e per sempre anche se cambiano i modi e le mode, i vestiti e le canzoni, i modi di parlarsi perché con la chat si fa più in fretta ma è uguale, in fondo.
Che si veste e si trucca come la sua cantante preferita, che sta chiusa in camera ore e a tavola risponde a monosillabi, che quando la vedete uscire con il nero tutto attorno agli occhi pensate mamma mia com’è diventata, ma lo sapete, voi lo sapete che è solo una bambina mascherata da donna e vi si stringe il cuore a vederla uscire fintamente spavalda. Dove va, a fare cosa, con chi. Ve li ricordate, i vostri sedici anni? Quando Facebook non c’era e passavate pomeriggi al telefono fisso a dire no, sì, ma dai…, e poi quando vostro padre vi diceva ora basta, libera quel telefono vi chiudevate in camera, anche voi, a scrivere a penna su quaderno ché il computer non c’era, e se c’era era uno solo, enorme, sempre spento, inaccessibile. Ecco, fate lo sforzo di ricordare perché una ragazza di sedici anni è quella cosa lì, da sempre e per sempre anche se cambiano i modi e le mode, i vestiti e le canzoni, i modi di parlarsi perché con la chat si fa più in fretta ma è uguale, in fondo.
È COME stare pomeriggi
interi al telefono, a canzonare il tempo a prenderlo in contropiede e
ingannarlo. Una ragazza di sedici anni è una persona a cui la vita deve ancora
succedere e non lo sa, e ha un po’ paura e un po’ fretta, e molto desiderio che
passi veloce il momento e che arrivi quello, alla meta dei diciotto, in cui
“nessuno mi può obbligare, ora”.
Io non lo so, nessuno lo sa tranne lei e quelli che erano lì, cosa è successo alla ragazzina di Modena che – dicono gli investigatori, i parenti, ora anche gli adulti che rivestono incarichi pubblici – una sera d’estate a una festa di compagni di scuola è stata violentata da cinque, sei, non è sicuro quanti amici. Amici, attenzione. Nessun livido, nessun graffio, nessun segno di violenza che segnali la sopraffazione fisica in senso proprio. Erano compagni di scuola. Alcuni maggiorenni da poco, varcata l’agognata meta dei diciotto, altri, almeno uno, no. Aveva bevuto lei, avevano bevuto probabilmente tutti perché come sa chi si guarda intorno gli adolescenti, oggi, bevono. Superalcolici, moltissimo. Costano meno delle droghe, spesso si trovano nelle case già disponibili all’uso. Shortini, alla mescita. Pochi euro a bicchiere, nessuno chiede la carta d’identità. Bevono i quindicenni come i trentenni, uguale.
Io non lo so com’è andata, quella sera, in una casa della più rassicurante delle città emiliane, la Modena delle scuole modello degli imprenditori che non si arrendono al terremoto, delle donne imprenditrici che vendono figurine nel mondo, dei ristoranti celebrati oltreoceano. Uno faceva il palo, scrivono gli agenti di polizia, gli altri a turno nella stanza “avevano rapporti sessuali completi” con la ragazzina. Non c’è niente di più algido di una relazione, niente di meno adatto a descrivere il tumulto, il disordine, lo sgomento, la resa. Lei cosa pensava, come stava, cosa voleva, cosa diceva? Non si sa, nessuna relazione può raccontarlo.
Dicono, i verbali, che erano tutti ragazzi “incensurati e di buona famiglia”. Aggiungono, le cronache, che sono passati quasi due mesi dall’evento e che nessuno – nessuno – ha fatto un gesto o ha detto qualcosa, né a scuola né in famiglia, nelle molte famiglie coinvolte, che somigliasse alla presa d’atto di un reato, o quanto meno di una vergogna, di una colpa, di un dispiacere. Niente, silenzio. Il sindaco ieri ha detto che “inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male”. Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l’opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?
Anni fa, a Niscemi, Caltanissetta, un gruppo di minorenni massacrò di botte, strangolò con un cavo di antenna e gettò in una vasca di irrigazione una coetanea, Lorena Cultraro, 14 anni. Era incinta, rivelò l’autopsia. Uno degli assassini, quindicenne, chiese al giudice, dopo aver confessato l’omicidio: “Ora che le ho detto cosa è successo posso tornare a casa?”. A vedere la tv, a giocare alla play. Tornare a casa. Era il 2008, cinque anni fa. Si scrissero articoli sgomenti, intervennero psicologi di fama, dissero che certo in quelle zone del Paese, al Sud, è tutto più difficile. Zone d’ombra, povertà di mezzi e di sapere, l’adolescenza sempre un enigma. Ora, cinque anni dopo, siamo a Modena. Emilia culla di bandiera di democratica civiltà e di sapere. Certo questa ragazzina non è morta, per sua fortuna. Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l’avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.
Però arriverà, deve arrivare, il momento il tempo e il luogo in cui qualcuno di molto molto autorevole senza essere per questo canzonato e dal coro irriso dica no, non è quello che deve, non è questo che devi accettare per essere accettata. Non devi fare silenzio. Verrà il giorno in cui questo tempo avariato scadrà e sarà buttato come uno yogurt andato a male e ricominceremo tutti, dalle case, dalle televisioni, dai giornali, dalle scuole elementari a dire alle bambine: quando ti chiedono di stare al loro gioco, digli di no. È un gioco sbagliato, non è il tuo gioco. Non è nemmeno un gioco.
Verrà il giorno in cui capiremo l’abisso in cui siamo precipitati pensando che fosse l’anticamera del privé del Billionaire, che fortuna essere ammessi all’harem, e sapremo di nuovo dire, come i nostri nonni ci dicevano: è una trappola, bambina. Quando ti chiedono di mostrargli le mutande non è vero che si alza l’auditel, come dice la canzone scema. Quando te lo chiedono vattene, ridigli in faccia e torna a casa.
Io non lo so, nessuno lo sa tranne lei e quelli che erano lì, cosa è successo alla ragazzina di Modena che – dicono gli investigatori, i parenti, ora anche gli adulti che rivestono incarichi pubblici – una sera d’estate a una festa di compagni di scuola è stata violentata da cinque, sei, non è sicuro quanti amici. Amici, attenzione. Nessun livido, nessun graffio, nessun segno di violenza che segnali la sopraffazione fisica in senso proprio. Erano compagni di scuola. Alcuni maggiorenni da poco, varcata l’agognata meta dei diciotto, altri, almeno uno, no. Aveva bevuto lei, avevano bevuto probabilmente tutti perché come sa chi si guarda intorno gli adolescenti, oggi, bevono. Superalcolici, moltissimo. Costano meno delle droghe, spesso si trovano nelle case già disponibili all’uso. Shortini, alla mescita. Pochi euro a bicchiere, nessuno chiede la carta d’identità. Bevono i quindicenni come i trentenni, uguale.
Io non lo so com’è andata, quella sera, in una casa della più rassicurante delle città emiliane, la Modena delle scuole modello degli imprenditori che non si arrendono al terremoto, delle donne imprenditrici che vendono figurine nel mondo, dei ristoranti celebrati oltreoceano. Uno faceva il palo, scrivono gli agenti di polizia, gli altri a turno nella stanza “avevano rapporti sessuali completi” con la ragazzina. Non c’è niente di più algido di una relazione, niente di meno adatto a descrivere il tumulto, il disordine, lo sgomento, la resa. Lei cosa pensava, come stava, cosa voleva, cosa diceva? Non si sa, nessuna relazione può raccontarlo.
Dicono, i verbali, che erano tutti ragazzi “incensurati e di buona famiglia”. Aggiungono, le cronache, che sono passati quasi due mesi dall’evento e che nessuno – nessuno – ha fatto un gesto o ha detto qualcosa, né a scuola né in famiglia, nelle molte famiglie coinvolte, che somigliasse alla presa d’atto di un reato, o quanto meno di una vergogna, di una colpa, di un dispiacere. Niente, silenzio. Il sindaco ieri ha detto che “inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male”. Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l’opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?
Anni fa, a Niscemi, Caltanissetta, un gruppo di minorenni massacrò di botte, strangolò con un cavo di antenna e gettò in una vasca di irrigazione una coetanea, Lorena Cultraro, 14 anni. Era incinta, rivelò l’autopsia. Uno degli assassini, quindicenne, chiese al giudice, dopo aver confessato l’omicidio: “Ora che le ho detto cosa è successo posso tornare a casa?”. A vedere la tv, a giocare alla play. Tornare a casa. Era il 2008, cinque anni fa. Si scrissero articoli sgomenti, intervennero psicologi di fama, dissero che certo in quelle zone del Paese, al Sud, è tutto più difficile. Zone d’ombra, povertà di mezzi e di sapere, l’adolescenza sempre un enigma. Ora, cinque anni dopo, siamo a Modena. Emilia culla di bandiera di democratica civiltà e di sapere. Certo questa ragazzina non è morta, per sua fortuna. Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l’avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.
Però arriverà, deve arrivare, il momento il tempo e il luogo in cui qualcuno di molto molto autorevole senza essere per questo canzonato e dal coro irriso dica no, non è quello che deve, non è questo che devi accettare per essere accettata. Non devi fare silenzio. Verrà il giorno in cui questo tempo avariato scadrà e sarà buttato come uno yogurt andato a male e ricominceremo tutti, dalle case, dalle televisioni, dai giornali, dalle scuole elementari a dire alle bambine: quando ti chiedono di stare al loro gioco, digli di no. È un gioco sbagliato, non è il tuo gioco. Non è nemmeno un gioco.
Verrà il giorno in cui capiremo l’abisso in cui siamo precipitati pensando che fosse l’anticamera del privé del Billionaire, che fortuna essere ammessi all’harem, e sapremo di nuovo dire, come i nostri nonni ci dicevano: è una trappola, bambina. Quando ti chiedono di mostrargli le mutande non è vero che si alza l’auditel, come dice la canzone scema. Quando te lo chiedono vattene, ridigli in faccia e torna a casa.
domenica 13 ottobre 2013
Chetempochefa
Vi invito alla visione del video del grande Erri De Luca: ascoltate bene le parole, interpretate nel novembre 2009 durante la trasmissione "Che tempo che fa" e capirete che il tempo è sempre quello, nulla è cambiato. Consiglio a tutti di leggere i libri di Erri De Luca perché ha un modo fluido, incisivo, carismatico di narrare le umane vicende che affascina.
Buona visione
venerdì 11 ottobre 2013
“Una bambina, un insegnante, un libro e una penna…
…possono cambiare il mondo”:
sono queste le
parole che la piccola Malala pronunciò alle Nazioni Unite il 12 luglio scorso,
il giorno del suo sedicesimo compleanno e proprio ieri Malala Yousafzai ha
ricevuto dal Parlamento europeo il premio Sakharov.
Ma chi è Malala che ha pronunciato questa
significativa frase che rende onore all’importanza della scuola, della
conoscenza dell’istruzione (cosa che i nostri alunni non apprezzano)?
Sfuggita per miracolo alla morte per mano dei talebani,
il 9 ottobre del 2012, quando nacque, nel 1997, in una zona ancora ricca del
Pakistan, il padre di Malala aveva coronato il suo sogno, quello di fondare
una scuola. All’epoca era frequentata da un migliaio di scolaretti. L’uomo è titolare
di un master e, grazie agli studi ha
addolcito le sue convinzioni tradizionaliste e fondamentaliste: nello Swat (il paese dove nasce e vive Malala) è fra i
pochi che festeggiano la nascita di una figlia femmina chiedendo agli amici di
lanciare sulla culla dolci, frutta secca e monetine, ma si infuria quando Malala
gli porta il bigliettino che Harun, un suo ammiratore di 17 anni, le ha
lasciato sul cancello.
La madre di Malala è bellissima e analfabeta. Il 3
gennaio del 2009 la ragazzina scrive sul suo diario:
“Ho avuto un sogno terribile ieri. C’erano gli elicotteri e i talebani.
Ritorna da quando i militari hanno lanciato l’offensiva nello Swat. Mia mamma
mi ha preparato la colazione. Sono andata a scuola con una grandissima paura. I
talebani hanno emesso un editto che vieta a tutte le ragazze di frequentare le
classi. Nella mia gli alunni sono scesi da 27 a 11. Dopo l’editto tre mie
amiche si sono trasferite a Peshawar, a Lahore e a Rawalpindi”.
Dal 2007 le radio locali martellano i cervelli con le minacce
degli studenti di Allah, soprattutto ordinano alle ragazze di disertare le aule.
Il papà di Malala chiede protezione all’esercito per il suo istituto scolastico
ed ebbe come risposta l’assoluta garanzia di sicurezza per la scuola e per gli
scolari.
In un’altra pagina del suo diario (18 gennaio 2009) Malala
scrive:
“Qui nello Swat ogni giorno sentiamo notizie di tanti soldati uccisi o
rapiti. Ma la polizia è del tutto invisibile. I nostri genitori sono
terrorizzati. Ci hanno detto che non vorrebbero mandarci a scuola almeno fino a
quando i talebani avranno annunciato alla radio che le fanciulle possono studiare. Le bimbe non possono dover acquisire coscienza di queste cose a 9, 10
anni o 11 anni”.
Malala ne ha appena 12. Il padre la
segnala alla Bbc per un blog in urdu, la sua seconda lingua dopo il pashtun: nasce il “diario di una alunna pakistana”. E’ anonimo,
ma non per volontà di Malala. Lei vuole gridare le sue idee. Nel febbraio del
2009 partecipa ad uno show televisivo che va in onda dallo Swat.
Nel 2012 gli studenti di Allah sembrano piegati. La vita pare scorrere normale. La mamma di Malala l’ha convinta a prendere un minibus per andare a seguire le lezioni. Ritiene che sia più sicuro. Il 9 ottobre la ragazzina è appena uscita da scuola con la sua amica Moniba. Nota che le strade sono inspiegabilmente deserte. Due giovani salgono sul pick up. Chiedono: “Chi è Malala?”… quasi meccanicamente le compagne si girano verso di lei. Le sparano. Un proiettile entra sotto il ciglio sinistro, le perfora superficialmente il cranio e si ferma nella schiena.
Nel 2012 gli studenti di Allah sembrano piegati. La vita pare scorrere normale. La mamma di Malala l’ha convinta a prendere un minibus per andare a seguire le lezioni. Ritiene che sia più sicuro. Il 9 ottobre la ragazzina è appena uscita da scuola con la sua amica Moniba. Nota che le strade sono inspiegabilmente deserte. Due giovani salgono sul pick up. Chiedono: “Chi è Malala?”… quasi meccanicamente le compagne si girano verso di lei. Le sparano. Un proiettile entra sotto il ciglio sinistro, le perfora superficialmente il cranio e si ferma nella schiena.
Malala si salva per miracolo. Quando riemerge dal coma
all’ospedale di Birmingham, la prima parola che scrive assemblando lettere
magnetiche dell’ alfabeto su una lavagnetta è “country”. Vuole sapere in quale
Paese si trova. La seconda è “padre”. Poi verga su un blocnotes rosa: “Chi mi
ha fatto questo?”
Malala non molla e ai talebani che, chiusi nel loro
fanatismo fondato sull'ignoranza e costruito con la forza del piombo, sono
tornati a ripetere le loro minacce di morte contro di lei che li ha sfidati da
quando aveva 11 anni per difendere il suo diritto allo studio, risponde con
fierezza
“Io non voglio che il mio futuro sia imprigionato fra
quattro mura a cucinare e a fare figli”.
N.B. Il Premio Sakharov per la libertà di pensiero è un riconoscimento dedicato allo scienziato e dissidente sovietico Andrej Dmitrievič Sacharov, istituito dal Parlamento europeo nel 1988 allo scopo di premiare personalità od organizzazioni che abbiano dedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà individuali
giovedì 3 ottobre 2013
Questa è la pace!
La pace non è un concetto
astratto. La pace è un’azione verso gli uomini, le donne, i bambini. Non c’è
altro paese al mondo in cui vediamo mettere in pratica questo impegno in modo
così costante e determinato. Quel paese, un piccolo paese disperso in mezzo al
mare, è Lampedusa. Con tutti i suoi abitanti, i soccorritori, i medici, i
volontari. In queste ore, la gente di Lampedusa ancora una volta ha portato a
terra i vivi e raccolto i morti.
Lampedusa è così. Gente che non fa differenza tra amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini. Ecco perché una volta seppellite le decine e decine di morti e placate le polemiche, dopo aver premiato nel 2012 l’Unione Europea, colpevole assente in questa tragedia sulle sponde del Mediterraneo, il Nobel per la pace dovrebbe andare agli abitanti di quest’isola, capitale mondiale d’umanità.
Lampedusa è così. Gente che non fa differenza tra amici o nemici. Connazionali o stranieri. Cittadini o clandestini. Ecco perché una volta seppellite le decine e decine di morti e placate le polemiche, dopo aver premiato nel 2012 l’Unione Europea, colpevole assente in questa tragedia sulle sponde del Mediterraneo, il Nobel per la pace dovrebbe andare agli abitanti di quest’isola, capitale mondiale d’umanità.
Ma non posso non essere
ipercritica (come sempre): il governo ha istituito un ministero, quello dell’integrazione.
Mi chiedo: cosa fa il ministro in carica, oltre ad interessarsi del riconoscimento della cittadinanza
ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano (il cosiddetto ius soli)
e al nome da dare ai genitori di figli delle coppie omosessuali (genitore 1/genitore 2)?
Non
è il caso che cominci ad occuparsi anche del vero problema dell’immigrazione che viene prim'ancora dell'integrazione?
Voglio
ricordare a questo ministro e a tutti i soloni della UE le parole di Papa Francesco, in visita a Lampedusa
l’8 luglio scorso:
“Chi
è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi
rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma
Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a
me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo … Chi di noi ha pianto per questo fatto e per
fatti come questo?, chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?
Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme
che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per
sostenere le proprie famiglie?"
Restiamo umani
Restiamo umani
domenica 29 settembre 2013
giovedì 26 settembre 2013
So' cavoli suoi!
Un uomo (uno dei tanti) ha ammazzato la sua ex
moglie-amante-compagna-fidanzata (una delle tante), si è costituito e ha detto:”Ho
fatto una cavolata”.
Anch’io ho fatto delle cavolate nella mia vita: ho imparato
a fumare, ho tinto i capelli di rosso, ho marinato la scuola (una sola volta e
mi hanno sgamata) , ho fatto una scorpacciata di pistacchi tanto da star male,
ho comprato due volte lo stesso libro dimenticando di averlo già, ho messo gli
slip rossi la notte di capodanno, ho comprato “Chi”, ho creduto in alcune persone,
ho guidato senza occhiali… e ho capito il male di una cavolata.
Un uomo ha ucciso un’altra donna
Ha detto di aver fatto una cavolata, perché non conosceva il
male di una cavolata.
Figuriamoci quello dell’amore.
Figuriamoci quello della vita.
lunedì 23 settembre 2013
Voglio salire a bordo, cxxxo!
"Riprende con il comandante Francesco Schettino in aula il processo per il naufragio e i 32 morti della Concordia. E riparte con una richiesta da parte della difesa: poter salire a bordo, ora che il relitto è stato rimesso in asse [...]. "
Ma pensa te: quando il capitano De Falco gli ripeteva "Salga a bordo,
cxxxo", lui non ci pensava minimamente … ma ora che la Costa Concordia è
di nuovo in asse lui vuole tornare sulla nave... mah!!! non so se mi sto facendo un film, ma sono convinta che tra un paio di anni anche Schettino salirà a bordo del carrozzone politico... lo scopriremo solo vivendo.
domenica 22 settembre 2013
Caspita!
Porca miseria! Mi sono distratta un attimo
e... oggi compio sessant'anni! Non me
l'aspettavo... ero lì che pensavo ad altro, la mia mente vagava a quando i miei
figli erano piccoli, giocavo insieme a loro …
bei tempi! Eh, bei tempi sì!
perché passavano gli anni, loro crescevano e neanche me ne accorgevo, nel
senso che il tempo era dilatato, tutto scorreva liscio come gocce d'olio in una
padella e non mi accorgevo che il tempo passava
pure per me! E ora a sessant’anni mi ritrovo i figli grandi, un uomo e una
donna indipendenti, con le loro vite altrove, mentre io sono qui a pensare. Eh...
sai... i miei progetti... ho seminato e... ho raccolto? Eh, sì!, penso proprio che ho
avuto un raccolto abbondante: una bella famiglia, soddisfazioni dai figli, un
nipotino che è tutta la mia vita, una bella casa, un lavoro che mi ha intrigato
fino alla fine, tante care amicizie … sì, c’è stato un incidente di percorso
che mi ha lasciato e mi lascia ancora senza fiato, ma, guardando indietro,
quando giro di nuovo lo sguardo davanti, vedo una torta piena di candeline. Le
conto: uno, due, dieci, undici, dodici, venti, venticinque, trentanove, quarantacinque...
ehi! ehi! calma! cinquantadue, cinquantotto, oh! oh! siamo impazziti? cinquantanove...
SESSANTA!!! Caspita! Tutto sembra
lontanissimo come se fosse successo ad altri e a volte mi sembra come se
tutto ciò fosse accaduto ieri.... Quante sciocchezze dovrò sentire: … ma dai! sei ancora giovane…l'importante è non sentirseli..... sembri una ragazzina!... ma se io per prima non ci credo ancora, non mi sembra vero di poterli festeggiare dopo quello che ho passato, perciò ci sono e devo farci i conti, dopotutto non sono la prima e non sarò l'ultima a dover affrontare questo traguardo.....col tempo sicuramente mi abituerò, ma per il momento faccio come se la cosa non mi riguardasse, anzi, fra pochi minuti partirò per festeggiare questo traguardo insieme alla mia famiglia, a Roma e sicuramente sarà un giorno speciale…
Auguri, Viola!
giovedì 19 settembre 2013
Ei fu...
Non se ne può più! ci siamo
fatti in questi ultimi mesi una scorpacciata di opinioni, scritte ed orali, sul
cavaliere prima che cali su di lui un tenebroso silenzio di tomba mediatica
(poco ci credo). Tutti quanti, nostro malgrado, abbiamo subito la sua invadente
presenza in questi vent’anni con un crescendo continuo, una specie di pallone
gonfiato che a forza di riempirlo di aria alla fine esplode non potendone
contenere oltre.
Un uomo che ha occupato la
scena politica per quattro lustri dando da mangiare ed arricchendo tanta gente
che senza di lui avrebbe condotto una vita anonima con gli stessi problemi di
un normale cittadino. Mi riferisco alle varie olgettine, soubrettine, veline,
faccendieri, avvocati, medici, imprenditori, conduttori, volatili, serpenti,
striscioni, bisce, iene ridens, uccel di bosco, porta voce, porta tappeti e
guarda spalle. Una serie di sconosciuti che sono diventati famosi grazie alla
fedeltà nei confronti del cavaliere che li ha accolti nella sua corte. Tutti
cortigiani e cortigiane che non lo hanno tradito nemmeno quando sono usciti dal
giro mediatico perché continuamente remunerati. Grazie ai ruoli da lui coperti
ha potuto far passare leggi personali che lo hanno salvato da condanne penali e
civili. Famosi i tanti cavilli giudiziari che hanno impedito ai giudici di
proseguire nelle indagini a suo carico. Leggi come l’eliminazione del falso in
bilancio, riduzioni di prescrizioni, lodi di personaggi non noti che gli hanno
sbrogliato dei nodi; nomine di guardasigilli
e presidenti di commissioni che lo hanno protetto da eventuali disegni
di legge, una serie insomma di birilli messi ai vari posti per ostacolare la
Giustizia.
In mezzo a tanti ostacoli, la magistratura
è riuscita comunque a trovare dei percorsi alternativi lasciati scoperti dal cavaliere
che lo hanno portato alla condanna definitiva ed alla sconfitta morale e politica.
Oggi, a pochi giorni dal compimento di 77 anni (77 al lotto simboleggia le
gambe delle signorine), il Cavaliere è stato disarcionato senza più cavilli …
anche se continua a lanciare proclami, minacce, ricatti, accuse all’Italia che rivede in lui, oggi, la stessa
decadenza che ebbe Napoleone e che il grande Manzoni riassunse in due paroline …
Ei fu…
mercoledì 18 settembre 2013
Gloria in cielo...
Cara Gloria,
sei
volata in cielo pochi giorni fa, per un intervento di routine che doveva essere
l’anticamera della tua salvezza: a giorni saresti stata trapiantata con il
midollo del tuo fratellino Riccardo, che ti avrebbe salvato da una brutta
leucemia… ma l’imperizia dei medici è stata più devastante del cancro.
Ti
racconto com’è questo intervento di routine, perché anch’io l’ho subito, ma con
un’anestesia locale non totale come quella che ti hanno somministrato, data la
tua piccola età.
Dopo
tutte le manovre di routine e dopo la puntura anestetizzante, il chirurgo
incide la vena giugulare e, all’interno di essa, introduce un catetere (CVC:
catetere venoso centrale): io sentivo questo corpo estraneo scivolare nella
vena e solo il mio angelo custode sa quante volte l’ho implorato affinché tutto
finisse presto e bene! Dopo un percorso di circa 10-12 cm e un'altra piccola
incisione eccolo spuntare fuori, il catetere, e ad esso è stata applicata la
farfallina che è servita poi per attaccare le flebo della chemio … ecco, un
intervento semplice … ma la tua vena di
bimba di due anni non ha retto al passaggio del cateterino e si è rotta, provocandoti un’emorragia che
ha invaso il polmone e togliendoti la capacità di respirare ….
Dov’era
il medico mentre ciò accadeva? perché nessuno ha visto che la vena si era
rotta? e le macchine, i monitors non hanno segnalato le tue difficoltà
respiratorie?
Non ci
sono più parole per tutto ciò che accade in campo sanitario: in tutti gli
ospedali d’Italia ogni giorno c’è qualcuno che muore o che subisce danni
irreversibili e tu, piccola Gloria, che avevi una speranza di vita per quel
midollo che ti sarebbe stato donato, sei morta per un catetere! Non è possibile!!!
Sicuramente
dove sei ora sarai stata accolta nel migliore dei modi, sicuramente sei entrata
a far parte nella schiera della Gloria degli Angeli!
Ciao,
piccola Gloria. Riposa in pace.
martedì 17 settembre 2013
giovedì 12 settembre 2013
i nuovi monatti
Testo integrale tratto da affaritaliani.it... non ci sono parole...
Cronache
Clamorosa ammissione dell'azienda farmaceutica: "Cancro trasmesso coi vaccini"
Mercoledì, 11 settembre 2013 - 11:46:00
Un’azienda farmaceutica ha confessato: la tragedia mondiale che sembrava frutto di una mente squilibrata purtroppo invece è una realtà con cui bisognerà confrontarsi. L’azienda ha ammesso di aver inoculato il virus del cancro per mezzo dei vaccini.
La scioccante intervista ovviamente censurata, condotta dallo studioso di storia medica Edward Shorter per la televisione pubblica di Boston WGBH e la Blackell Science, è stata tagliata dal libro “The Health Century” proprio a causa del suoi contenuti, l’ammissione che la Merck ha tradizionalmente iniettato il virus micidiale (SV40 ed altri) capace di provocare il cancro, nella popolazione di tutto il mondo. Si spiegherebbe infatti l’aumento dell’insorgenza dei tumori negli ultimi 50 anni.
Questo filmato, contenuto nel documentario “In Lies we trust: the CIA, Hollywood and Bioterrorism”, prodotto e creato liberamente dalle associazioni di tutela dei consumatori e dall’esperto di salute pubblica, Dott. Leonard Horowitz, caratterizza l’intervista al maggior esperto di vaccini al mondo, il Dott. Maurice Hilleman, che spiega perché sono state diffuse l’Aids, la leucemia ed altre terribili malattie. Nei vaccini venduti al terzo mondo si è scoperto che questi contenevano l’ormone B-hCG, un anti fertile se immesso in un vaccino. La Corte Suprema delle Filippine ha scoperto che oltre 3 milioni e mezzo di donne e ragazze hanno assunto questi vaccini contaminati, così come in Nigeria, Thailandia
lunedì 2 settembre 2013
Passi di bimbo...
...così si chiama l’asilo che da
oggi comincerai a frequentare. Pensa
che bello! proprio ieri sei venuto tutto orgoglioso
e baldanzoso sulle tue gambette per farmi vedere come sai camminare … che
emozione mi hai dato con quei piccoli passi di bimbo! In bocca al lupo per
questa bella esperienza che ti accingi a vivere … un po’ piangerai, resterai
attaccato al tuo cestino, ti guarderai attorno smarrito in cerca di mamma e
papà … ma, vedrai, passerà presto e ti abituerai a vivere con altri bimbi
piccoli come te, a condividere con altri i tuoi giochi, i dispetti, i pianti,
il pranzo e il riposino … ma vedrai quanti passetti imparerai ancora, piccoli passi che ti faranno diventare un vero ometto, pronto ad affrontare il mondo con più sicurezza.
Ti voglio bene, bello di nonna!
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