domenica 20 febbraio 2011

...e il risorgimento si tinse di rosa


Ci voleva anche un po' di coraggio, in questo febbraio 2011, per esortarci all'allegro orgoglio di appartenere al luogo in cui viviamo al popolo da cui veniamo; per dirci che occorre volere bene al Paese in cui siamo nati. Benigni ha avuto questo coraggio, in tempi in cui da tv e giornali ci si rovesciano addosso ogni giorno cronache di miserie e insulti. In fondo Benigni ci ha ricordato ciò che spesso avvertiamo senza dircelo: la coscienza della cultura e della ricchezza e della bellezza di questo Paese, di ciò che ha dato, di ciò che é. Ha preso voce sul palco dell'Ariston quell'inno d'Italia a cappella intonato da Benigni: è sembrata una preghiera. Una sommessa preghiera per l'Italia. E davanti allo schermo si è rimasti zitti. Come si rimarrebbe zitti se invece di nominare sempre e solo i soliti Garibaldi, Cavour, Mazzini, Bixio, si nominassero le donne che hanno fatto l’Unità d’Italia. Sono tante! L’ho scoperto nella preparazione di un video per un concorso cui ha partecipato una classe, non mia peraltro, in cui si chiedeva di parlare, appunto, delle figure femminili del Risorgimento. Ho dovuto perciò ricercare, approfondire, rielaborare e nel farlo ho capito che è una storia scritta con l’inchiostro invisibile quella delle donne e dell’Unità d’Italia. Una trama fitta e sottile di presenze operose, generose, importanti anche se taciute, come spesso accade all’agire femminile. Le donne sono presenti attivamente nel processo risorgimentale e vi contribuiscono con atteggiamenti diversi, coraggiosi e innovativi, con scelte di libertà. Ma se le donne ci sono e fanno, una perpetrata omertà della storia e degli storici, non rende loro giustizia. C’è una ricca produzione biografica in merito e, grazie ad essa, si delineano figure di eroine, di patriote, filantrope ed artiste, che irrompono nella storia con una carica trasgressiva rispetto al modello tradizionale imposto dalla cultura del tempo. Ma della documentazione di questo loro agire, negli archivi e nei luoghi preposti, non c’è traccia, si fa fatica a trovare i fascicoli riguardanti le donne, come taciute sono le donne ferite, lapidate e morte di cui non c’è traccia nelle fonti che si riferiscono infatti solo agli ospedali maschili. Esempi questi di un processo di rimozione che crea vuoti e silenzi nella storia del contributo femminile al Risorgimento. Per trovare memoria delle donne, anche di quelle che hanno fatto la storia, occorre cercare nella sfera delle testimonianze familiari, le lapidi, gli elogi funebri, le lettere, i diari. E proprio queste sono state le fonti della mia ricerca: confortata da Internet, ho dovuto mettere insieme pezzi di vita stralciati da vari documenti, assemblarli, ricomporli, proprio come un puzzle. Ma quale era la condizione della donna al tempo in cui si costruiva l’Unità? Vigeva una potestà paterna e maritale che relegava la donna ad un ruolo subalterno, nel chiuso delle pareti domestiche, assoggettata al marito, priva di ogni diritto giuridico ed economico. I principi di uguaglianza e libertà della Rivoluzione francese sono acqua passata ormai e la donna italiana per i successivi cinquanta anni rimarrà silenziosa vestale della famiglia ideale del nuovo stato borghese. Esclusa dai pubblici uffici, ma anche dal diritto a esercitare la tutela sui figli, la donna era sottoposta a disparità di pena anche di fronte all’adulterio: rispetto al marito che era punito solo in caso di concubinato, mentre il codice penale riservava alla donna da tre mesi a due anni di reclusione. Solo Mazzini ha posizioni più aperte e rispettose dell’importanza del ruolo della donna nella società, anche se ammette l’immaturità dei tempi perché cambi qualcosa e la donna partecipi alla vita politica del Paese: È proprio del 1861 la pubblicazione del libro “La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale”, di quel Salvatore Morelli che primo in Italia sollevò il problema femminile, battendosi durante tre legislature per i diritti delle donne, compreso quello di voto. Ma le sue richieste cadono nel vuoto e di tante proposte di legge passerà solo quella che riconoscerà alle donne il diritto di essere testimone negli atti previsti dal Codice Civile. L’emancipazione della donna passa per l’esperienza dell’associazionismo che diffonde la pratica del dibattito e della democrazia. In questo senso il salotto ( non inteso come quelli attuali di quelle nobildone cialtrone e politicamente scorrette che vorrebbero disunire l’Italia) è il primo strumento di apertura alla partecipazione e all’impegno intellettuale e civile della donna. Parliamo di personaggi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, il cui livello culturale e l’internazionalità della formazione consentivano di produrre opinioni e confrontarle diffondendo la passione per l’impegno sociale e civile. Nobildonne che aprivano i loro salotti a letterati, patrioti e artisti contribuendo in modo sostanziale alla diffusione dei fervori unitari e risorgimentali. Spesso simpatizzanti delle idee mazziniane, vicine alla carboneria, hanno meno combattuto sulle barricate a colpi di moschetto e più lavorato per la costruzione del paese civile. Filantrope più che patriote hanno fondato ospedali, organizzazioni per l’assistenza alle minorenni, hanno aperto asili e scuole per affrancare le donne da quella indigenza di cultura che si traduceva in mancanza di libertà. Naturalmente anche in questo c’è una netta differenza tra le donne del Nord e quelle del Sud d’Italia. Infatti, mentre le prime potevano avvalersi di titoli nobiliari e, perciò, di una maggiore disponibilità economica che consentiva loro di aprire i salotti; le seconde hanno dovuto far leva sul loro carattere passoniale e scendere in campo, per ottenere libertà dsllo straniero e dignità civile. E’ il caso di Serafina Apicella,sposa di Antonio Gallotti, Serafina venne coinvolta nel moto insurrezionale del Cilento perché il marito era uno dei maggiori organizzatori della rivolta scoppiata il 28 giugno 1828. Fallita la ribellione, durante le feroci stragi ordinate da Del Carretto, la donna venne presa, legata ad una fune e calata in un pozzo; vi fu immersa fino alla bocca, quindi le fu fatto colare sulle braccia la pece di torce accese. Tratta dal pozzo e frustata venne poi sottoposta a giudizio e condannata a 25 anni di prigione. In campo artistico, l’“emancipata Bianca”, come la chiamò Carlo Cattaneo, quella Bianca Milesi che Manzoni definì “madre della patria”, mostrava di cosa fossero capaci le donne. Legata al gruppo di pensatori patrioti, era vicina ai Pellico ai Confalonieri ai Maroncelli ai Berchet. Lei pittrice, allieva di Francesco Hayez, sarà la ritrattista di molti tra i protagonisti del Risorgimento. Avvicinatasi alle idee di Mazzini, Bianca organizza l’accoglienza degli esuli lombardi a Genova, con Confalonieri lavora alla creazione di scuole di mutuo insegnamento per promuovere una unità culturale su cui fondare l’idea di patria. Finirà i suoi giorni esule in Francia. Le sottili trame del femminile legano fatti e persone e spesso i destini di queste donne si incrociano o si sfiorano. Alcune entrano nei libri di scuola, come Anita Garibaldi, Giulia Beccaria, compagne di eroi, o astute strateghe dell’intrigo e della politica come la Contessa di Castiglione. Altre contribuiscono con i loro sforzi e le loro idee ad un’azione collettiva e diffusa in cui è difficile far emergere singole individualità. Sono prime forme di associazionismo intorno a veri e propri progetti politici, sono comitati di filantrope dedite ad un progetto sociale, sono gruppi di giornaliste e intellettuali riunite intorno ad un periodico, comitati clandestini di patriote e congreghe dal carattere religioso. Sempre nel Sud, a Napoli il giornale politico “Un Comitato di Donne”, promuove la creazione di un battaglione femminile. Sempre a Napoli nel 1857 nasce il “Comitato politico mazziniano femminile” per stabilire i contatti tra i prigionieri politici nelle carceri borboniche e il comitato mazziniano genovese. Se ne occupa quella Antonietta De Pace che aveva già creato importanti collegamenti tra patrioti di Puglia e Campania, aveva preso parte ai moti del ’48, finendo in carcere e nel 1860, sarebbe entrata trionfante a Napoli a fianco di Garibaldi. Lei come altre, dopo le barricate si dedicò alla formazione dei giovani e alla diffusione dell’istruzione tra le donne. Spesso queste storie si colorano di episodi avventurosi e rocamboleschi, e le nostre non sempre famose eroine si destreggiano vestendo il più delle volte panni maschili, nascondendosi sotto travestimenti e false identità. È il caso di Cristina Trivulzi di Belgioioso, nobile, ricca, coltissima, capace di riprendersi la propria vita dopo il fallimento del suo matrimonio, finanzia le azioni carbonare, organizza vari ospedali a Roma e dopo l’esilio francese, una volta fatta l’Unità , si impegna nella fondazione di asili. Molte sono infermiere, altre combattenti. Tutte compagne e madri capaci di infondere i principi della rivoluzione per l’indipendenza e l’unità del Paese. Sono ancora due donne, Jessie White Mario, corrispondente del Daily News e Margaret Fuller inviata del New York Tribune, a diffondere gli echi della nostra storia risorgimentale nel mondo, attraverso i loro articoli. Vicine ai patrioti, Jessie White partecipa alla spedizione dei Mille, firma la biografia di Garibaldi e quella di Mazzini, la Fuller racconta dalle barricate le giornate di fuoco della Repubblica romana assediata dalle truppe francesi. Se gli uomini del Risorgimento sono i protagonisti dell’Unità politica del Paese, le donne, nell’ombra, operano alla creazione dell’unità sociale e culturale della nuova e giovane Italia. Nel fare questo, avviano la prima riflessione sulla condizione femminile e con il contributo dei primi giornali femministi, cominciano ad elaborare l’identità della donna dell’Italia unita.
A 150 anni siamo ancora in cammino.

venerdì 28 gennaio 2011

POVERE DONNE!



Non smetto di pensare… non ho parole, nè argomenti per confutare tesi disarmanti: alla luce di tutto quello che succede sotto le lenzuola del nostro governo che non governa, e in onore al mio orgoglio di essere donna a modo mio, ho pensato di riportare alcuni passi di una poesia di Dacia Maraini, "Donne mie" , pubblicata nel lontano 1974, ma, ahinoi, ancora attualissima e addirittura … premonitrice di quella morale “mordi e fuggi”, “usa e getta”, “Ruby e… batti” che ha pervaso il mondo di donne piccole piccole, accecate dal denaro di un pover’uomo malato del suo potere.

"...Donne mie illudenti e illuse che frequentate
le università liberali, imparate latino
greco, storia, matematica, filosofia;
nessuno però vi insegna ad essere orgogliose,
sicure, feroci, impavide. A che vi serve
la storia se vi insegna che il soggetto
unto e bisunto dall’olio di Dio è l’uomo
e la donna è l’oggetto passivo di tutti
i tempi? A che vi serve il latino e il greco
se poi piantate tutto in asso per andare
a servire quell’unico marito adorato
che ha bisogno di voi come di una mamma?

Donne mie impaurite di apparire poco
femminili, subendo le minacce ricattatorie
dei vostri uomini, donne che rifuggite
da ogni rivendicazione per fiacchezza
di cuore e stoltezza ereditaria e bontà
candida e onesta. Preferirei morire
piuttosto che chiedere a voce alta i vostri
diritti calpestati mille volte sotto le scarpe.

Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,
sappiate che se volete diventare persone
e non oggetti, dovete fare subito una guerra
dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma
contro voi stesse che vi cavate gli occhi
con le dita per non vedere le ingiustizie
che vi fanno. Una guerra grandiosa contro chi
vi considera delle nemiche, delle rivali,
degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria
tutti i giorni senza neanche saperlo,
contro chi vi tradisce senza volerlo,
contro l’idolo donna che vi guarda seducente
da una cornice di rose sfatte ogni mattina
e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,
scintillanti di collane, ma prive di braccia,
di gambe, di bocca, di cuore, possedendo per bagaglio
solo un amore teso, lungo, abbacinato e doveroso
(il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so)
un amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire
donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà
di intenti, libere infine di essere noi
intere, forti, sicure, donne senza paura".


Ma se non capite d'essere ancora sottomesse, come farete a liberarvi?
Buona fortuna.

PS: consiglio a tutte la lettura del testo integrale della poesia.

venerdì 29 ottobre 2010

L'alba del giorno dopo


Ricevo da mia sorella Tattalina e pubblico con gioia queste due riflessioni profonde. Le dedico a tutti, a chiunque creda in un Dio, sia esso Allah, Buddha, Hare Krischna soprattutto a chi non crede in nessun Dio. Leggiamole e cerchiamo di trarre da esse un pò di speranza, considerando la "monnezza" in cui stiamo scivolando ogni giorno di più. se possono servire a qualcuno di noi, ne sarò felice. Grazie, Tattalina.
UNA LETTERA PER TE...
"Carissimo, mio unico bene,
Quando ti sei alzato, questa mattina,
ti ho osservato ed ho sperato che mi parlassi,
fosse anche con due sole parole, chiedendo
la mia opinione o ringraziandomi per
qualcosa di buono che ti era accaduto ieri.
Ma ho notato che eri molto occupato a cercare
il vestito adatto da indossare per
andare al lavoro.
Ho continuato ad aspettare ancora,
mentre correvi per la casa
per vestirti e sistemarti.
Pensavo potessi avere alcuni minuti
anche solo per fermarti
e dirmi: “CIAO !”....
...ma eri troppo occupato
Per questo per te ho acceso il cielo,
l’ho riempito di colori
e di dolci canti di uccelli,
per vedere se così mi avresti ascoltato...
...ma nemmeno di questo ti sei reso conto.
Ti ho osservato mentre andavi di corsa
al lavoro e ti ho aspettato pazientemente
tutto il giorno.
Con tutte le cose che tu avevi da fare,
suppongo sia stato troppo
occupato per dirmi qualcosa.
Al tuo rientro, ho visto la tua stanchezza e ho
pensato di farti bagnare un po’ affinchè l’acqua
si portasse via il tuo stress;
pensavo di farti un piacere perché così tu avresti pensato a me,
ma ti sei infuriato ed hai offeso il mio nome. Io desideravo
tanto che tu mi parlassi....
anche se c’era ancora tanto tempo!
Poi hai acceso il televisore;
io ho aspettato pazientemente.
Mentre guardavi la TV hai cenato,
....però ti sei dimenticato nuovamente di parlare con me,
non mi hai rivolto la parola
Ho notato che eri stanco ed ho compreso il tuo
desiderio di silenzio e così ho oscurato
lo splendore del cielo,
ma non ti ho lasciato al buio, l’ho cambiato con una stella.
In verità era bellissimo, ma tu non eri interessato ad osservarlo.
All’ora di dormire, credo che ormai tu fossi distrutto.
Dopo aver detto buonanotte alla tua famiglia
sei caduto sul letto e immediatamente ti sei addormentato.
Ho accompagnato i tuoi sogni con una musica,
i miei angeli si sono illuminati......ma....non importa,
perchè forse non ti sei nemmeno reso conto che io
sono sempre lì con te, al tuo fianco.
Ho più pazienza di quanto tu possa immaginare.
Mi piacerebbe anche insegnarti
come avere pazienza con gli altri.
TI AMO tanto e aspetto tutti i giorni una tua preghiera;
il paesaggio che faccio è solo per te.
Bene, ti stai svegliando di nuovo, e ancora una volta
io sono qui e aspetto, senza nulla più che il mio amore per te,
sperando che oggi tu possa trovare un po’ di tempo per me.
Buona giornata, tesoro........

Tuo Papà,........Dio"


UN SOGNO

“Questa notte ho fatto un sogno, ho sognato che camminavo sulla sabbia accompagnato dal Signore, e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita. Ho guardato indietro e ho visto che ad ogni giorno della mia vita, proiettati nel film, apparivano orme sulla sabbia: una mia e una del Signore. Cosi sono andato avanti, finché tutti i miei giorni si esaurirono. Allora mi fermai guardando indietro, notando che in certi posti c’era solo un’orma… Questi posti coincidevano con i giorni più difficili della mia vita; i giorni di maggior angustia, di maggiore dolore… Ho domandato allora: “Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me in tutti i giorni della mia vita, ed io ho accettato di vivere con te, ma perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti peggiori della mia vita?” Ed il Signore rispose: “Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato con te durante tutta la camminata e che non ti avrei mai lasciato solo neppure per un attimo, e non ti ho lasciato solo… i giorni in cui tu hai visto solo un’orma sulla sabbia, sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

sabato 18 settembre 2010

Viola compie gli anni...

Oggi, 22 settembre, è il mio compleanno perciò vorrei dedicarmi uno spazio fatto di cose e personaggi che amo, naturalmente coloratissime. Prima di tutto:

Me stessa










Poi ci vuole una:









E non possono mancare i:




Cominciamo a scartare i pacchetti...

Regalo N.1:

22 Settembre...

Sdraiata all'ombra d'un filo d'erba
il pennello del sole
di tramonto mi tinge,
ed ascolto ogni istante passare.

Oggi
mi ha invecchiata di un anno
oggi
non gli serbo rancore.

Non ho gambe flessuose
né ho pelle di seta,
non ho folti capelli d'inchiostro
né ho occhi di giada
da immolare
alla sua cupidigia
e su cui dover piangere dopo.

Io posseggo soltanto una cosa:
l'anima,
e quando esigerà la mia vita
neanche allora il tempo
potrà portarmela via

Ottima scelta, una mia poesia…



Regalo N.2:






Ottima scelta, Mafalda, la mia mascotte…!


Regalo N.3:




Fantastico! Pinocchio carissimo…







Regalo N.4:



I pastelli Giotto? Non ci posso credere! la mia passione…

Regalo N.5:



L’angelo custode Sandy della Thun? Ahh…, ma allora conosci proprio bene i miei gusti!


Regalo N.6 (l'ultimo, promesso!)

Un bel mazzo di fiori non poteva mancare!!!...viola, naturalmente





anzi, siccome mi voglio molto bene, me ne concedo un





Ora, signori miei, questa persona che ama queste cose e questi personaggi, secondo voi, quanti anni compie oggi?...non s'ha da sapere.
AUGURI A ME!

domenica 22 agosto 2010

Il Magico Incanto di un Giardino

Sono esattamente 52 giorni che non pubblico post, come se la chiusura della scuola mi avesse chiuso pure la mente. No, non è così: è stata una scelta di "purificazione",un voler impegnare la mente in tutt'altre faccende, come a non voler partecipare alle vicende politiche, sociali, economiche e non, che hanno caratterizzato quest'estate. Da dove comincio? stavolta comincio da me, tanto quello che penso delle violenze perpetrate sulle donne anche quest'estate, già l'ho raccontato; o della violenza sui bambini ad opera di mamme sempre più scellerate; o delle dame fasciate nelle ville dell'imperatore, o dell' appartamento monegasco che non si sa chi ha lasciato in eredità a chi; o della Russia riarsa con i suoi granai e il suo gas (che pagheremo a caro prezzo...); o della prova "tappo" da infilare sulla bocca di un giacimento petrolifero che, chissà perchè???!!!,è impazzito e ha cominciato ad eruttare...tralasciando pure i problemi locali, regionali e familiari...ma sì, ma chi se ne frega, non vale la pena più nemmeno ascoltarle queste notizie, tanto nulla cambia, anzi, peggiora. E allora voglio raccontare della mia vacanza piccola piccola, perchè è durata solo tre giorni, ma ricca ricca di emozioni e sensazionali scoperte. Tutto è stato organizzato da Stefania, la quale una sera mi comunica telefonicamente:- il giorno tot alle ore tot ci incontriamo alla stazione di Capalbio. non ti preoccupare è già prenotato...>> Che dire?, anzi, che fare? Faccio così: il giorno tot alle ore tot, scendo a Capalbio e la trovo lì che mi aspetta... raggiante mi comunica che il giorno dopo andremo a visitare un luogo speciale: il Giardino dei Tarocchi, che si trova a pochi km da Capalbio. Mi lascio letteralmente guidare da lei, durante tutta la permanenza:il bed&breakfast, il borgo medievale, il castello, le mostre, il mare meraviglioso e selvaggio e...finalmente il Giardino dei Tarocchi, di cui non conoscevo l'esistenza, ma l'autrice, Niki de Saint Phalle, sì, avendo visitato la sua tomba (e quella del suo gatto) nel cimitero di Montparnasse, a Parigi. Arriviamo e subito ci si parano dinanzi delle sculture magnifiche, enormi, coloratissime, sfavillanti di riflessi solari e, a me, sembra davvero di stare su un altro pianeta... Il Giardino dei Tarocchi è un parco artistico composto da ciclopiche sculture, alte dai 12 ai 15 metri, raffiguranti i 22 arcani maggiori dei tarocchi, alla cui realizzazione, Niki de Saint Phalle ha lavorato dal 1980 al 1996, mentre l'apertura al pubblico è avvenuta nel 1997. Il giardino è un vero e proprio museo a cielo aperto, perfettamente inserito nel paesaggio collinare della Maremma, un parco di eccezionale fascino, unico al mondo, uno degli esempi d’arte ambientale più importanti d'Italia. il Giardino è prima di tutto un luogo magico, non di successo: Niki De Saint Phalle l’ha costruito cercando di fuggire la superficialità dei consumi culturali della società di massa. Si tratta anzitutto di un luogo di raccoglimento, destinato all’incontro, alla meditazione, all’esplosione della fantasia e dei sogni. All’ingresso un cartello scritto a mano da Niky ci racconta una storia. Niky, quando tornava in Italia, era solita darsi appuntamento con il marito Jean Tinguely davanti al Duomo di Urbino. Era un piccolo segreto del loro amore, la contemplazione di questo scenario. Quando durante una loro visita trovarono la piazza davanti al Duomo occupata da orde di turisti, coi pullman che coprivano i monumenti, Niki e Jean decisero, molto dolorosamente, che non ci avrebbero messo più piede. Ecco perché il Giardino dei Tarocchi è un luogo diverso. Le enormi statue ispirate alle carte dei tarocchi sono le figure che ci accolgono in un percorso fatto di poesia, dove trionfa l’acqua, la ceramica, decine di migliaia di piastrelle cotte direttamente sul posto in undici anni di duro lavoro. Poi il vetro, gli specchi, i piccoli sentieri dentro cui perdersi. Ogni statua è pensata per essere abitata e si trovano ancora i segni della vita di Niki, che proprio qui ha abitato, a stretto contatto con gli operai del posto, divenuti poi parte della sua stessa famiglia. Le mie emozioni? eccole: il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle è un luogo magico: entrando dall’apertura circolare del giardino ci si lascia alle spalle la realtà e si entra in un mondo fantastico e onirico, che mi ha fatto percepire la sua natura fantastica, sospesa tra cielo e terra, quasi eterea. L’ho immaginata come la sacerdotessa del suo giardino, una creatura dall’incredibile energia. Quando sono entrata nella sua casa piena di specchi, ho creduto di essere nel castello di un mago che aveva creato un incantesimo intorno a me. È una sensazione forte quella che mi ha guidata verso ogni singolo arcano dei Tarocchi, le carte che, come diceva Niki,ci sono state affidate dal destino. Ancora una volta devo a mia figlia Stefania la gioia di aver vissuto queste emozioni e, ancora una volta, sempre Stefania, mi ha stupito per la sua cultura, la sua ricercatezza, la sua estrema sensibilità. Grazie, Stefania. Tvb.

giovedì 1 luglio 2010

La scuola bocciata


"Aumentano le bocciature, con una 'pioggia di 5 in condotta,circa 10 mila alle superiori'. Sono i dati resi noti dal ministero dell'Istruzione. Inoltre 'i non ammessi alla maturità passano dal 4,8% al 5,7%'..." questi titoli e titoloni dei quotidiani degli ultimi giorni, dove si "grida",quasi con giubilo, a dei risultati che io trovo deprimenti e indice di un malessere che serpeggia nella scuola da ormai tanti anni.Tra i prof, qualcuno tira un sospiro di sollievo: “finalmente le classi saranno più gestibili”. Altri pensano, viceversa, ai ragazzi perduti, in fuga dalla scuola. Alcuni plaudono alla ritrovata serietà della scuola italiana. Mah! Un fatto è certo: la decisione mediatica di usare il termometro ha rivelato che la febbre del sistema scolastico italiano è alta. Non che non si sapesse già per mille sintomi e per mille ricerche, nazionali e internazionali. Del resto, quasi un milione di testimoni – gli insegnanti – era in grado, in questi ultimi decenni, di testimoniare l’aggravarsi quotidiano della malattia: «i nostri giovani leggono meno, studiano meno, sanno meno».
Non che fosse ignoto alle autorità preposte: innumerevoli progetti di riforma risalgono già agli anni ’60. La tensione tra scuola di qualità e scuola di massa ha incominciato ufficialmente ad accendersi già dal 1963. Dunque, si sapeva. Tuttavia, ben venga il termometro, se questo squarcia alibi e silenzi colpevoli. Per anni si è deciso, quando segnava febbre, di spezzarlo, come se il rompere il termometro fosse una terapia. Le ragioni erano le più disparate: occorre mandare avanti tutti, a prescindere; bisogna garantire le cattedre... Il fatto è, tuttavia, che neppure la misurazione pubblica è una terapia. Il passaggio dal buonismo alla severità invia un messaggio ideologico all’opinione pubblica, alle famiglie, ai ragazzi: ora facciamo sul serio!...vi bocciamo! Ma di qui alla “scuola del merito” occorre percorrere ventimila leghe. Chi deve fare sul serio e che cosa? Se la macchina produce tanti “scarti”, forse la colpa non è solo della materia prima - entra già avariata nel processo educativo?!... - probabilmente è il processo di "lavorazione" che va revisionato, prima e molto di più del progetto. Se qualcuno pensasse, che ora, bocciati un po’ di ragazzi, gli altri finalmente possono incominciare a studiare, beh, sarebbe un pensiero poco serio. La domanda è questa: perché dalla IV/V elementare fin dentro i tre anni di scuola media la curva dei rendimenti si abbassa sempre di più?
Ma l’altro problema da non nascondere sotto il tappeto è il destino dei bocciati. Una parte di loro abbandona subito la scuola e va ad ingrossare l’esercito del “vulgo disperso, che nome non ha” dei 200 mila ragazzi, che ogni anno sono espulsi dal sistema educativo e che stanno sospesi nel limbo che si estende tra il sistema educativo e il mercato del lavoro. Dei bocciati che rimangono a scuola, solo il 2/3% avrà un beneficio reale dalla ripetenza. Gli altri andranno a rendere più difficile la gestione delle classi in cui si ritroveranno l’anno prossimo. E alla fine dell’anno di ripetenza il problema si ripresenterà. E questa volta saranno respinti. E finiranno tra i dispersi. Ma la domanda radicale che insorge è la seguente: la scuola ha come funzione fondamentale quella di promuovere/bocciare o quella di far crescere ciascuno verso la propria meta e di certificare rigorosamente a che punto è arrivato il ragazzo, rispetto a parametri pubblici e condivisi? Ha senso continuare a mantenere il legame biunivoco e deterministico tra classe di età e programmi scanditi annualmente? Così che se l’età non si allinea alla scansione dei programmi, uno deve essere buttato indietro? Molte domande! Finora la risposta del sistema educativo e della politica lo telecomanda (o ne è telecomandata?) è quello di un automa, che ripete gesti e risposte standardizzate secolari ormai senza senso. A tutti gli entusiasti della severità=bocciatura facile, l’appuntamento a tra un anno: se è una vittoria della severità e del merito, è forte il sospetto che si tratti di una momentanea e mediatica vittoria di Pirro.

lunedì 31 maggio 2010

Il sorriso di Valentina

Il sorriso è certamente una delle cose più semplici e spontanee, che una persona è portato a fare nella sua giornata e nella sua vita.
Alla voce “sorriso” sul dizionario, troviamo: espressione del volto umano.
Tuttavia è sicuramente semplicistico e banale riassumere in quattro parole, quello che un unico gesto può voler significare, proprio perché appare come un evento talmente semplice, ma anche meraviglioso e straordinario.
Ora, non è detto che basti sorridere per stare bene, ma di sicuro è sufficiente per stare meglio, e per far star meglio!
Si dice che il sorriso sia l’espressione dell’animo: lo emana la persona gioiosa e serena, che ama il mondo con le sue magnificenze…
Il sorriso di Valentina è di una persona gioiosa e serena, che ama le magnificenze del mondo, di cui non può goderne, però, prigioniera com’è sulla sua sedia a rotelle…
Valentina è una persona a cui mi sono affezionata fin da tre anni fa quando entrai in classe e mi accolse con un sorriso e un grido di gioia, l’unico suono in grado di emettere…(Valentina non parla, no cammina, non scrive...ma è intelligentissima): mi colpirono i suoi occhi grandi, il modo in cui si era dimenata sulla carrozzina per accogliermi, per darmi il benvenuto, per presentarsi. Mi avvicinai a lei e le diedi la mano, dicendole-ciao, piccola, e tu chi sei?-.Mi rispose dicendo, a modo suo, che era Valentina, ma non mi lasciava la mano…anzi, mi tirava, con le sue esili forze, verso il suo viso, mentre con le labbra tentava di baciarmi. Avvicinai il mio viso al suo e la baciai, stringendola forte forte e da allora…da allora Valentina è diventata per me …un sorriso, il momento più bello della giornata quando, se non ho lezione da lei, ci incontriamo nei corridoi e lei si sbraccia , mi chiama, mi manda baci, mi sorride.
Valentina quest’anno andrà via: in questi tre anni trascorsi è cresciuta, è diventata consapevole del suo problema, a volte è triste, malinconica, ma quando sorride e il suo viso si illumina, capisco che ha dentro una carica, una voglia di vivere che riesce a trasmettere anche a chi, come me, spesso si lamenta per i piccoli e grandi affanni della vita.
Non sarà facile, per me, l’anno prossimo, non incontrare più il suo sorriso, le sue braccine protese, le sue risate quando rimprovero i compagni, la sua gioia quando metto su un video e canto e ballo per lei.
E non sarà facile dimenticare il suo sorriso, entrato nel mio cuore con forza e dolcezza insieme.
Ciao, piccola. TVB

sabato 22 maggio 2010

Dite


Dite:
é faticoso frequentare bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
bisogna mettersi al loro livello:
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E' piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi
fino all'altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.
J.Korczack

Solo per “Donne Fenomenali”


Sempre devi tener presente che la pelle diventa rugosa,

i capelli diventano bianchi,

i giorni diventano anni…

Ma ciò che è importante non cambia:

la tua forza e la tua convinzione non hanno età.

Il tuo spirito è il filo di una qualsiasi ragnatela.

Dietro ogni filo di arrivo, ce n’è uno di partenza.

Dietro un successo, c’è un insuccesso.

Se ti manca ciò che facevi, ritorna a farlo.

Non vivere di foto ingiallite…

Continua anche se tutti si aspettano che tu ti fermi.

Non fare arrugginire il ferro che è in te.

Fa’ che non provino per te pietà, ma rispetto.

Quando a causa degli anni non potrai correre, trotta.

Quando non potrai trottare, cammina.

Quando non potrai camminare, usa il bastone.

Ma non ti fermare mai!!!
Madre Teresa di Calcutta

domenica 16 maggio 2010

Bello di mamma!...


...e' questa l'espressione che mi esce spontanea quando leggo o sento di quella terribile tragedia, la più triste e straziante, secondo me, della madre che uccide il suo bambino/a...
..e, purtroppo, ogni giorno succede, ormai a ritmo incalzante: è’ un dato reale, accertato, che nell’ultimo decennio l'aumento degli infanticidi sono cresciuti del 43% rispetto al decennio precedente...dati incredibili, ma perché succede? Lombroso affermava, in generale, che se "un individuo fino a quel momento sano un giorno uccide significa che quell'uomo è mentalmente degenerato". Circa l'infanticidio, il "corollario" lombrosiano era che una donna che uccide il figlio non è più madre, è un lusus naturae, uno scherzo maligno della natura.
Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa che certamente debba avere "qualcosa di storto" , che la sua mente l'abbia tradita.
Ma sarà poi sempre vero?
No,non credo, non sempre. Ci sono, certo, gli infanticidi da depressione post partum, ma assistiamo oggi al crescere inquietante di un altro, diverso tipo di infanticidi: quelli di donne sane di mente, che uccidono davanti alle difficoltà poste dall'accudire il bambino. Dunque, lucidamente, per ottenere dei vantaggi, per eliminare quell'ostacolo che il figlio rappresenta. Ricordo, tra i tanti casi (forse perché lì non ci fu "rimozione") il caso di una giovane donna, qualche anno fa, che soppresse il suo bambino di pochi mesi e con la complicità della madre ne occultò il corpo. Da quando era nato, spiegò poi, litigava con il marito, non si poteva più uscire la sera, né andare in vacanza come prima. Era stato un omicidio a freddo, come altri raccontati dalle cronache, che definirei infanticidi dell'ignoranza e della stupidità.
Io credo che non ci sia più istinto materno: la donna, oggi, si è troppo mascolinizzata (che pensare delle giovani donne in "missione di pace" che sono operazioni di guerra vere e proprie...come fa una donna preposta a dare la vita ad essere armata, ad uccidere,se la necessità lo richiedesse, cioè togliere la vita?)e, sempre secondo me, vive come un complesso di inferiorità la maternità, la nascita e le cure da dare ad un bambino. E' come se si sentisse privata della sua libertà, anche perché si sposa o decide di avere un figlio più tardi, dopo anni di vita vissuta in singletudine o con un compagno e, comunque abituata ad una routine che la nascita di un figlio interrompe bruscamente. Voglio dire: esistono oggi condizioni familiari e sociali che favoriscono l'esplosione della tragedia. Molte giovani coppie entrano in crisi proprio con la nascita di un figlio, e arrivano anche fino alla separazione. Lui si lamenta di non essere più al centro dell'attenzione, lei soffre nel sentirsi imbruttita e appesantita. Entrambi non possono più uscire come prima, o prendere il primo volo scontato per una vacanza last minute. È chiaro che un bambino cambia fortemente il legame di coppia, ed è un cambiamento molto bello. Ma se quel bambino non è nato prima anche nei pensieri, non è stato atteso e immaginato, e i suoi genitori sono abituati a vivere solo nel presente...ecco, invece, quel loro figlio è il futuro, per la prima volta, ma un futuro faticoso e ingombrante.
Ciò che sta accadendo è che la biologia, ciò che finora abbiamo chiamato "legge di natura", sembra come sopraffatta da una cultura dominante. Eminenti studiosi sostengono come l'attaccamento simbiotico fra la madre e il bambino nei primi tre anni di vita sia qualcosa di viscerale, per cui la madre avverte il figlio come parte di se stessa; qualcosa di legato al codice genetico in funzione della sopravvivenza della specie, per cui una donna "deve" accudire e proteggere il figlio piccolo, allo stesso modo in cui mamma gatta bada e difende i suoi gattini.
Ma, ecco, fra i gatti questo comportamento è immodificabile. Mentre un aumento del 43% degli infanticidi in 10 anni - in molti casi compiuti lucidamente - mi fa pensare a una cultura che con i suoi modelli riesce a stravolgere quella che chiamavamo legge di natura. Se è così, costituisce il segnale di qualcosa di drammatico: l'evidente inarrestabile declino di una civiltà ingolfata nei suoi insostenibili consumi. Obbligati a continuare a comprare automobili e cellulari per non innescare la spirale della disoccupazione a catena, ma senza un senso alle nostre giornate. Occorre ritrovare un senso. Perché quando accade che vengano uccisi dei bambini - i bambini sono di tutti, non dei loro genitori - si produce, assurdamente, un dolore che sarebbe evitabile. Un dolore devastante e becero, insensato; e il segno, insieme, che si è perso senso e voglia di vivere. Che si comincia a perdere l'essenziale.
ciao, bello di mamma!

giovedì 1 aprile 2010

Testamento di un albero






Giorni fa sfogliavo uno dei miei quaderni delle scuole elementari, che custodisco ancora gelosamente, perché cercavo una poesia sull’albero: il mio ricordo era fisso su quel quaderno con la copertina rossa e ricordavo anche il disegno che avevo realizzato per strappare un voto più alto alla maestra (tenera la mia maestra). L’urgenza di trovare quella poesia di Trilussa, che ricordavo ancora a memoria, era dettata dal fatto che insieme ad una classe dobbiamo partecipare ad un concorso, che richiede ai ragazzi di diventare giornalisti e realizzare un’inchiesta su un problema ambientale legato al territorio in cui vivono. Dopo aver selezionato i tanti problemi del territorio regionale, la scelta è ricaduta su un problema della città in cui vivono: la morte di alcuni alberi secolari, che erano il vanto e l’orgoglio della loro città, una volta conosciuta come “città giardino”.
Ho accolto la loro proposta con molta gioia perché, delle tante cose meravigliose che la natura mi ha donato, gli alberi sono quelle che amo di più: mi piace la loro altezza, la loro chioma, mi piacciono quando si stagliano su un cielo azzurro, quando sono carichi di neve; quando si spogliano e restano là, tutti nudi a prendersi quei simpatici venticelli gelidi che noi uomini evitiamo con felpe, piumoni e piumini; o quando si riempiono di germogli a primavera che paiono vogliano risvegliarti l’anima; anche in autunno, quando assumono quel colore caldo che sa di casa.
Lavorando con i ragazzi, ho dovuto, però constatare che quasi tutti non conoscono nomi e caratteristiche degli alberi, non sanno distinguerli. Qualcuno sicuramente ora penserà: e certo, perché la scuola di oggi, è solo occupata a piazzare una indispensabile LIM in ogni aula…
No, non è così: anche nella scuola dove andavo io comunque, nessuno mi insegnò mai a distinguere un abete da un pino, solo che noi ragazzi di allora vivevamo più a contatto con la natura, giocavamo e crescevamo in mezzo agli alberi, avevamo la virtù di osservare e fare confronti: «I pini hanno gli aghi lunghi, gli abeti li hanno corti!» e poi, sempre più incuriositi, si chiedeva agli adulti, oppure erano i nonni, i genitori che ti indicavano:-vedi, quello è un leccio, mentre questa è una quercia- ecco, tutto questo i ragazzi di oggi non lo fanno e non sanno quanto sia bello e importante.
Una cosa che mi sconcerta abbastanza, con tutto questo dibattito in giro sui nativi digitali e amenità del genere, e sulla necessità di adeguare la scuola alla tecnologia, è che pochissimi sembrano vedere il problema di intere generazioni che crescono senza la percezione dell'ambiente naturale in cui vivono, letteralmente - è il caso di dirlo - senza radici!
Me ne sono accorta, proprio durante le ore di laboratorio per realizzare l’inchiesta del concorso: aiutati a conoscere questi esseri viventi silenziosi che abitano e spesso soffrono intorno a noi, per loro è stata una scoperta, una gioia sapere il nome e le caratteristiche degli alberi…e l’indomani tornano a dirmi: ieri sera siamo stati in via TaldeiTali e abbiamo visto da vicino la sequoia… è crescere dentro, insieme, e per loro camminare per la città diventa diverso, più interessante, perché per le strade e nei giardini gli alberi raccontano le loro storie. Un'occasione per crescere più curiosi e consapevoli del mondo e meno annoiati, probabilmente meglio della Playstation e della PayTV!
Ah, se un albero potesse parlare a questi ragazzi!, quante ne avrebbe da dire!
Gli racconterebbe del viaggio che ha fatto quando era un seme trasportato dal vento; di quando due innamorati hanno inciso sul suo tronco i loro nomi circondati da un cuore procurandogli un dolore atroce; comincerebbe a sparare a zero su tutti noi che con le macchine mettiamo nell'aria della roba per lui irrespirabile…
e lascerebbe loro questo testamento


Un Albero di un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento:
- Lascio i fiori al mare,
lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi
tutti i semi a voi.
A voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate le canzoni
nella bella stagione.
E voglio che gli sterpi,
quando saranno secchi,
facciano il fuoco per i poverelli.

(Testamento di un albero – TRILUSSA)

venerdì 1 gennaio 2010

L'anno che verrà


(auguri dai 38 operai Fiat di Pomigliano - NA- che saranno licenziati alle 00.01 del 1/1/10)

Avrà
l’anno che verrà
gli stessi dodici mesi
e i giorni con le ore
ed i tramonti e le albe
avrà diavoli
travestiti da angeli
e folle di diseredati
col cuore chiuso per tristezza
l’anno che verrà
avrà sulle spalle un sacco vuoto
da riempire delle stesse cose
perciò caro amico
non ti scrivo quest’anno
e non ti chiamerò
neppure tra venti
uguali a quello che ora muore
uguali all’anno che verrà.


Pubblicato da Nosmo King

Auguri al 2010


Eccoti qua, sei nato 5 ore e 22 minuti fa, tra botti, spari, luci e tappi stappati nell'aere impazzita. Benvenuto e tanti cari auguri, perchè tu possa svolgere al meglio il tuo ruolo di anno pieno di impegni gravosi e... annosi! ci apprestiamo a vivere il decimo anno di questo millennio... mamma mia, sembra ieri che abbiamo festeggiato il 2000, con tutte le paure, le ansie e le speranze che le cose potesssero cambiare! macchè, tutto è rimasto come prima anzi, a ben vedere, i problemi dell'umanità si sono aggravati e coloro i quali dovevano provvedere a darci più tranquillità, alla fine li hanno incancreniti. Perciò ti faccio gli auguri, perchè non sarà facile per te pensare a tutto, rattoppare le falle, ricucire i rapporti, ritirare le truppe "di pace" dai luoghi di guerra, sfamare quei milioni di bambini dimenticati, dare serenità ai giovani e ai vecchi, fermare i terremoti, tsounami, frane, esondazioni, smottamenti, fare l'Italia e gli italiani, fermare in tempo i terroristi, gli stupratori, gli spacciatori di morte, liberarci dai vari corona, gf, isola, amici, tronisti e via sanremando... devi solo armarti di tanta pazienza, buonsenso, diplomazia, bontà, altruismo, per girare tutto il mondo e, visto che treni e aerei non funzionano, ti dò un consiglio: prenditi la patente di guida e poi decidi tu se vuoi girare il mondo con una ...escort o con un transit. Buona fortuna:):):):):):)

mercoledì 23 dicembre 2009

Caro Gesù Bambino...


Caro Gesù, ti chiederai come mai Ti scrivo a quest'età...ebbene, voglio dirTi di come vanno le cose quaggiù, dove diventa un caso politico se tenere o no il Crocifisso in classe, per poi sentire che nessuno fa più il Presepe per...mancanza di tempo. ...e i bambini non Ti scrivono più letterine, perchè non sanno più cosa chiederTi. Ma come, appendere le palle e le luci all'albero non richiede più tempo? ma poi: ci sono quei bei presepi già confezionati - all inclusive, per usare un termine che oggi fa tanto "in"- e i bambini? si è persa pure quella magìa di farTi deporre nella mangiatoia dall'ultimo nato in famiglia? ma perchè invece di passare tanto tempo nei centri commerciali per acquistare inutili doni, non si passa quel tempo a montare un Presepe?... sai cos'è? è che averTi in casa, in una mangiatoia, piccolo e povero, fa smuovere le coscienze, fa venire i sensi di colpa perchè, mentre tutti sono intenti a sprecare, a mangiare il capitone, il panettone, il pandoro, il torrone...e via veglionando, la Tua statuina fa ricordare a tutti che una parte di tutti quei soldini spesi per ingozzarsi, potevano forse essere impiegati per salvare un altro bimbo che, in un'altra parte del mondo, vicinissimo al Tuo luogo natìo, ha bisogno di una vaccinazione, di acqua, di cure, di pane... perciò non Ti vogliono più nelle case, addobbate ormai come alberi di Natale e...i Bambinelli lasciamoli nelle chiese e i Crocifissi nelle aule delle scuole.
Ciao Gesù, Buon Compleanno. TVB